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 2017  gennaio 06 Venerdì calendario

Sulle coste libiche migliaia di uomini, donne, bambini sono in attesa di un qualche miglioramento delle condizioni atmosferiche che gli permetta di saltare sui barconi e tentare la traversata verso le coste italiane

Sulle coste libiche migliaia di uomini, donne, bambini sono in attesa di un qualche miglioramento delle condizioni atmosferiche che gli permetta di saltare sui barconi e tentare la traversata verso le coste italiane. Il nostro ministro degli Interni, Marco Minniti, è a Tripoli per discutere con Al Sarraj - il premier riconosciuto dalla comunità internazionale in una Libia che resta divisa - un qualche contenimento e soprattutto le regole relative ai rimpatri. Le regole relative ai rimpatri sono queste: tu trovi uno straniero che non ha le carte in regola per restare da noi e vuoi rimandarlo al suo paese. Il suo paese però non lo vuole, e fa di tutto per non riprenderselo, anche quando la faccenda è regolata da una convenzione. È accaduto così, per esempio, con il tunisino Anis Amri, identificato ed espulso ma alla fine tornato libero perché da Tunisi non arrivavano i documenti necessari al rimpatrio (consegnati subito quando i due poliziotti italiani lo ebbero ucciso). Minniti è tornato a Tunisi l’altro giorno per rinforzare gli accordi. Che esistono però al momento solo con altri due paesi, la Nigeria e l’Egitto.

Tra questi disperati in attesa di imbarcarsi quanti terroristi ci saranno?
A settembre è stata istituita una Commissione sulla radicalizzazione islamica in Italia. È un titolo troppo lungo, ma significa questo: studiare dove un musulmano normale diventa un affiliato dell’Isis pronto addirittura a farsi saltare per aria in nome del Califfo o di Allah. In quattro mesi la Commissione ha risposto: i luoghi dove questi islamici vengono persuasi sono il carcere e il web. Per illustrare questo risultato, forse ovvio, ieri Gentiloni e Minniti hanno convocato una conferenza stampa e hanno promesso che sarà fatto tutto il possibile per sterilizzare questi luoghi e contrastarne le influenze malefiche. I due hanno dato anche qualche notizia consolante: gli immigrati espulsi per terrorismo sono stati negli ultimi due anni 133 (cioè pochi); in Italia non ci sarebbero che un centinaio di foreign fighters («combattenti stranieri»), gente cioè tornata di nascosto dalla Siria o dall’Iraq per fare del male in casa nostra. In Francia i foreign fighters sono 1.500. Il processo di radicalizzaione, da noi, sarebbe anche più recente, e anche per questo meno esteso. Minniti respinge con convinzione l’uguaglianza «migrazione = terrorismo». «Dal mio giuramento è passato meno di un mese e da allora ho lavorato perché intendo - e su questo non recedo di un millimetro - presentare una proposta organica e complessiva al Parlamento italiano, come è giusto che sia. Lavorerò con tutte le mie forze perché siano rispettati i diritti umani e le strutture di accoglienza di grandi dimensioni non vanno in questa direzione».  

In che consiste questa proposta organica?
Per quello che s’è saputo finora, il ministro intende ripristinare i cosiddetti Cie - Centri di identificazione ed espulsione -, istituendone uno in ogni regione e facendo in modo che non ospitino più di cento persone. La proposta, già circolata nei giorni scorsi, ha suscitato una quantità di reazioni negative: l’esperienza dei Cie è stata brutta, si trattava di «carceri amministrative», dove il migrante finiva per aver firmato fogli su cui alla domanda «Perché sei venuto?» rispondeva «Work», cioè «lavoro» che una motivazione non sufficiente per l’accoglienza.  

Per essere accolti bisogna qualificarsi come profughi da una guerra o da una persecuzione politica.
Sì, quelli che cercano work sono qualificati come migranti economici e gli Stati hanno il diritto/dovere di rimandarli indietro, con tutte le difficoltà che abbiamo descritto più sopra. I Cie erano luoghi di sommo degrado, dove i migranti, esasperati, si abbandonavano a ogni sorta di violenza perché vivevano in mezzo alla sporcizia, all’abbandono, alla noia, senza vedere un futuro.  

La Merkel ci accusa di non procedere alle identificazioni.
Secondo quanto ha riferito la Commissione diritti umani del Senato, i nostri centri dediti all’identificazione - detti hotspots - sono riusciti a dare un nome e un cognome al 94% dei migranti. In base agli accordi, 40 mila di questi identificati avrebbero dovuto essere redistribuiti tra gli altri partner europei. Ne sono stati collocati presso gli altri stati membri, invece, solo 2.350. L’Europa è piena di paesi che rifiutano ogni forma di accoglienza e resistono ai migranti alzando muri. Cosa che noi, immersi nel Mediterraneo, non possiamo fare.