Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2017  gennaio 04 Mercoledì calendario

Le Corbusier: villa Savoye, tormento ed estasi di un genio

La villa nasce su commissione ed è abitata appena pronta. Ma dai primi anni di vita si manifestano segni di degrado. I coniugi Savoye non fanno mancare lamentele: «Piove nell’atrio, piove nella rampa e il muro del garage è completamente bagnato», scrivono nel settembre del 1936, «inoltre piove ancora nella stanza da bagno, che resta inondata a ogni acquazzone». L’intonaco deve essere rifatto, il tetto-terrazza – elemento architettonico che, come i pilotis e le finestre a nastro, diventa canonico del moderno – va correttamente impermeabilizzato. Contemporaneamente Le Corbusier si preoccupa di far visitare la villa a critici e giornalisti e sembra poco interessato alle lagnanze di quelli che considera niente più che occupants (così li chiama in una lettera indirizzata A l’Occupant de la Maison…).
La guerra e l’occupazione tedesca, con la Villa Savoye requisita dai nazisti in quanto baluardo sulla valle della Senna, infliggono all’edificio sanguinose ferite, aumentando la distanza fra le condizioni concrete, ormai prossime all’abbandono, e l’immagine della villa che intanto, finito il conflitto mondiale, riprenderà a circolare per il mondo, attraverso mostre, saggi (fra gli altri, di Nikolaus Pevsner e di André Chastel), rassegne fotografiche, alimentando una campagna per la salvaguardia e il restauro. Villa Savoye da esemplare del moderno, per quanto friabile sia apparsa la sua struttura fisica, prende a configurarsi come rovina. Restauro, va bene. Ma per farne che cosa? Per farla tornare a essere la comoda residenza dei signori Savoye o di chi la comprerà oppure per ricollocarla in un recinto culturalmente accreditato, monumento o museo del moderno? Perché prevalga il paradigma della funzionalità o quello estetico? Le Corbusier si muove come se la villa fosse sua, essendone l’autore e rivendicando per sé ogni diritto, e non dei Savoye che l’hanno pagata e la abitano.
L’architetto pensa infatti di chiedere all’Unesco di farne la sede di una fondazione a lui intitolata, dove depositare disegni, bozzetti, dipinti… Operando un passaggio, annotano Caccia e Olmo, «da proprietà privata a proprietà intellettuale», da proprietà privata a bene pubblico. La storia si complica. Gli archivi esplorati da Caccia e Olmo rimandano a un intrigo romanzesco. Basti qui ricordare che, mentre il paesaggio intorno alla villa muta, si progetta la scuola e i proprietari allestiscono nel giardino un profumato frutteto, il comune di Poissy decide di acquisire l’edificio, di fatto espropriandolo. Per Le Corbusier non è sufficiente: è necessario che Villa Savoye, che nel frattempo è deperita ulteriormente, abbia un riconoscimento internazionale per acquisire definitivamente la configurazione di opera più che di abitazione. L’architetto si rivolge al ministro della Cultura, lo scrittore André Malraux. La mobilitazione cresce in tutto il mondo: la villa va salvata, la sua condizione di rovina non si addice a un monumento della modernità. Le Corbusier insiste e avvia un braccio di ferro. Vorrebbe che Villa Savoye diventasse la sede dei Ciam (i Congressi internazionali d’architettura moderna) e soprattutto che il restauro fosse da lui stesso curato. D’accordo anche Malraux, il restauro viene affidato a Jean Dubuisson, ex collaboratore di Le Corbusier, ma con il quale nasceranno anche diversi conflitti. Il giudizio di Caccia e Olmo è severo: Le Corbusier, scrivono a più riprese, ricorre alle finzioni e ai falsi pur di far prevalere il proprio punto di vista, rivendicando un dominio assoluto sulla propria creatura.
Il restauro andrà avanti fino a concludersi (a fine agosto del 1965, per altro, Le Corbusier muore) e nella ricostruzione di Caccia e Olmo figurano protagonisti e comprimari, come in una messa in scena a tratti drammatica, a tratti comica. Ma al di là della sorte che gli anni riservano a Villa Savoye, modello, canone o icona del moderno, resta problematicamente aperta la questione sollevata da Caccia e Olmo dell’architettura novecentesca inscritta nella categoria del patrimonio. Qual è il senso di un edificio che è, insieme, documento, testimonianza culturale, ma anche oggetto caricato di una funzione – quella residenziale, fra le altre? Al momento del restauro, come accade per Villa Savoye, questi nodi vengono al pettine, aggrovigliati dall’incombenza di una imponente personalità, quella di Le Corbusier: bisogna privilegiare il valore culturale o quello funzionale? E, tanto per limitarsi a uno degli esempi di Caccia e Olmo, come va impermeabilizzato il tetto-terrazza di Villa Savoye, occorre rispettarne l’autenticità difettosa oppure bisogna rimettere in discussione la causa degli allagamenti?