ItaliaOggi, 4 gennaio 2017
I voucher sono dei passeri sui quali si spara col cannone
Probabilmente è merito della pausa natalizia dei talk show, sempre pronti a sparare su ogni Croce rossa di passaggio. Ma sulla questione dei voucher cominciano a farsi sentire ragionamenti di buon senso. Del resto era sufficiente consultare la mole di dati statistici ufficiali dedicati a questo fenomeno, per accorgersi delle sue effettive dimensioni, piuttosto ridotte nel contesto del mercato del lavoro.
Nel WorkInps dedicato al lavoro accessorio (ne abbiamo scritto più volte in questa rubrica) è contenuta una riflessione significativa che meriterebbe di essere approfondita. Possono i voucher costituire un’anticipazione del salario minimo? Leggiamo insieme: «Si può pensare – diversi osservatori già lo pensano – che i voucher siano la testa di ponte per l’introduzione del salario orario minimo. Quasi una sorta di aperitivo o, se si vuole, di esperimento non dichiarato. In effetti il valore nominale del voucher – 10 euro, di cui 7,5 al lavoratore – non è lontano dal valore che potrebbe avere il salario minimo e che sarebbe per il mercato del lavoro un esplicito valore di riferimento. Alcuni – prosegue il documento – si aspettano che tale valore, una volta introdotto, diventi «il pavimento» sotto il quale non si può scendere determinando in tal modo una sorta di garanzia minima per i lavoratori, altri temono che definire un pavimento significhi indurre tutti i datori di lavoro a schiacciare i salari vicino ad esso. È certo che il valore del voucher corrisponde attualmente ad un importo inferiore a quello desumibile dagli schemi di qualsiasi retribuzione regolare alle dipendenze di un’impresa, come del resto abbiamo visto in precedenza considerando il costo orario minimo del lavoro somministrato». Se questa prospettiva ha un minimo di sbocco non avrebbe senso gettare – tramite il referendum abrogativo – il classico bambino con l’acqua sporca.
«La ricezione, da parte del portavoce, di “informazioni di garanzia” o di un “avviso di conclusione delle indagini” non comporta alcuna automatica valutazione di gravità dei comportamenti potenzialmente tenuti dal portavoce stesso, sempre salvo quanto previsto al punto 5» ( il dovere del portavoce d’informare l’organizzazione in caso di problemi giudiziari).
È un brano tratto dal «Codice di comportamento del MoVimento 5 Stelle in caso di coinvolgimento in vicende giudiziarie». I commentatori ne hanno colto (con stupore, talvolta anche con ironia) il profilo garantista. In base alle nuove regole, pur riservandosi il Movimento di esaminare i singoli casi e di assumere le opportune decisioni, viene superato il peccato originale che aveva caratterizzato la vita associativa dei grillini, quando bastava uno sguardo di traverso di un usciere di Tribunale per determinare l’espulsione dei militanti coinvolti. In sostanza, i dirigenti del M5S non si genufletteranno più davanti ai magistrati. La domanda è: lo faranno solo per gli appartenenti al MoVimento o diventeranno garantisti anche quando la macchina del fango si riverserà su altri?
Comunque vada a finire il Codice di comportamento del M5S è un atto di intelligenza politica. Grillo e i suoi accoliti si sono accorti che le procure avevano scoperto il loro tallone di Achille. Era sufficiente incolparli di qualcosa per metterli con le spalle al muro. Con le nuove regole è come se si fossero liberati di un complesso, avessero curato una nevrosi, che li esponeva alla mercè degli avvisi di garanzia. In fondo bastava soltanto trovare la forza di non farci più caso.
(pubblicato su Formiche.net)