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 2017  gennaio 04 Mercoledì calendario

Intesa chiude su Rosneft. Italia più vicina a Mosca

I tragici eventi di Istanbul hanno portato sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo il problema del radicalismo islamico in Asia centrale. La tematica, a dire il vero, non è del tutto nuova. La carta religiosa venne giocata per la prima volta dagli occidentali e dai loro alleati arabi in funzione anti-sovietica negli anni Ottanta nell’Afghanistan, occupato dall’Armata Rossa. A conclusione di un conflitto sanguinoso i mujaheddin ebbero la meglio sulle truppe di Mosca, ritiratesi nel 1989. Il nodo centrale fu che, a metà degli anni Novanta, chi aveva ispirato questa soluzione ne perse completamente il controllo, tanto che i talebani, sostenuti dai servizi segreti pachistani, occuparono Kabul, imponendo la sharija. Alla fine del 1994 era intanto scoppiata la guerra in Cecenia contro il Cremlino. Qui l’elemento di rivolta nazionalista perse lentamente forza rispetto all’estremismo religioso.
GLI EQUILIBRI
Ma che cosa ha cambiato gli equilibri sul terreno? Due i fattori principali: i grandi capitali del Golfo investiti senza le opportune verifiche e l’arrivo dei predicatori dall’Arabia Saudita. Questa nuova realtà fu in grado di sconvolgere il secolarismo tipico dei fedeli musulmani sovietici, imprimendo una decisa virata verso forme più radicali. La lotta contro il wahabismo, una setta ultraconservatrice punto di riferimento della casa regnante saudita – diventò un’emergenza in Russia e nelle repubbliche asiatiche. La vittoria è stata conseguita a caro prezzo con due guerre in Cecenia e rigettando con difficoltà l’assalto in Kirghizistan degli insorti provenienti dall’Afghanistan nelle estati del 1999 e 2000.
L’11 settembre negli Stati Uniti impose poi l’intervento occidentale diretto e la distruzione dello Stato talebano. L’Asia centrale ex sovietica è però rimasta un focolaio di instabilità e di grande povertà.
L’INFEZIONE ESTREMISTA
I dissidi interetnici e gli scontri con i poteri autocratici locali hanno ingrossato le fila degli insoddisfatti. L’infezione estremista talebana ha soltanto indicato la direzione da assumere per ottenere rilevanza a livello internazionale. L’intervento in Siria da parte della Russia, iniziato nel settembre 2015, non è pertanto causale. Ed invero cela necessarie misure preventive di politica interna. Le cifre sono le più disparate e si aggiornano di continuo. Comunque sono già 1800 i cittadini russi ad ingrossare le fila dell’Isis, 4500 quelli ex sovietici. Lo Stato islamico non è stato altro che una valvola di sfogo per chi è stato costretto ad andarsene dalla Russia e dall’Asia ex sovietica, dove in passato (ma anche oggi) si addestravano i combattenti per la «guerra santa».
IL VIA LIBERA
Mosca ha spalancato le porte in uscita, ma le ha chiuse per quanti volessero tornare indietro. La ragione è semplice: si teme l’importazione del terrorismo radicale come avvenne a cavallo dei due secoli. Gli specialisti federali parlano di filtri creati per evitare tale soluzione. Due paiono essere i maggiori strumenti utilizzati. Il primo è il controllo sia di Internet che fisicamente delle zone dove i terroristi potrebbero trovare ospitalità in Russia. Il secondo è l’infiltrazione di propri agenti tra le file dell’Isis. Su questo aspetto la sensazione diffusa è che il leader ceceno pro-moscovita, Ramzan Kadyrov, rivesta un ruolo strategico e non è un caso che Vladimir Putin lo difenda spesso pubblicamente anche quando gli uomini dell’ex Kgb, l’attuale Fsb, si lamentano e non poco.
IL COMANDANTE
Proprio un ceceno fuoriuscito, poi misteriosamente scomparso, ha guidato le truppe degli ex sovietici per lo Stato islamico, che ha avuto anche altri famosi comandanti asiatici. Non è un mistero per nessuno che nonostante ufficialmente russi ed occidentali continuino a litigare pubblicamente per la crisi ucraina, in realtà hanno una posizione comune su questa problematica. La collaborazione non è mai cessata neanche nei momenti più cupi. L’insediamento di Donald Trump alla Casa bianca darà maggiore forza a questa intesa.