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 2016  dicembre 31 Sabato calendario

«Mi è tornata la voglia di politica. 
E di fare tutto, perfino la tv». Intervista a Sergio Rubini

Del Sud, che considera «uno spazio mentale», ha un rapporto dialettico: «Ci vado con grande entusiasmo, ma dopo tre giorni scappo». Gli è rimasto, per scelta, un vago accento che, impastato con la voce nasale, è un tratto della sua personalità d’attore: «Da ragazzo sono andato a scuola di dizione e a 18 anni ho cambiato il timbro vocale. Poi, a, un certo punto, ho compreso che dire “cosa” con la “o” aperta oppure chiusa significava cambiare il modo di vedere il mondo. Sono tornato ai suoni di prima, anche per darmi un’identità alternativa... E poi ho messo varie delle mie storie nei miei luoghi, nonostante siano posti dove non ho più vissuto». 

Di lei in ogni sua prova c’è sempre molto. Un’abitudine a non nascondersi che colpì Fellini.

«L’ho incontrato a 22 anni per il film E la nave va, ci vedemmo a Cinecittà, nel suo Teatro 5, gli portai delle foto che mi aveva fatto il professore di matematica, lui le guardò e mi disse “Complimenti signor Rubini, lei somiglia proprio alle sue fotografie”. Per me è stato come essere sfiorato da qualcosa che ti segna per sempre. L’incontro con Fellini, il legame umano, i suoi insegnamenti e tutto quello che è venuto dopo sono fra le cose più belle della mia vita».

Se dovesse scegliere un ricordo in particolare?

«Le telefonate all’alba, lui si svegliava molto presto e chiamava. Io avevo 25 anni e orari tutti diversi, così, quando avvertivo che all’indomani sarebbe arrivata una sua chiamata, mi mettevo la sveglia e giravo per casa facendo esercizi per levarmi la voce impastata. Allora stavo con la Buy, che mi guardava sbalordita. Ho imparato che se vuoi esprimere il tuo parere sul mondo, ti devi alzare presto».

Ha citato Margherita Buy, sua ex moglie e protagonista del primo successo, «La stazione». Come vi siete incontrati?

«Ho conosciuto Margherita in un teatrino dove faceva Brecht: era molto brava. Lo dissi al mio agente e tornai a vederla. Tre anni dopo la scelsi per La stazione, un’esperienza vissuta in maniera giocosa, con entusiasmo. Il legame con lei rimarrà per sempre».

Nel suo cinema le donne sono importanti.

«Per me il cinema fin dall’inizio ha coinciso con la figura femminile. Il premio più grande, da ragazzino, era vedere film con donne che venivano baciate. Nei miei primi lavori c’erano puntualmente donne cruciali e uomini che grazie a loro acquistavano identità più credibili».

Ha lavorato con tante partner, compresa Nastassja Kinski nella «Bionda».

«Sì, un film epico, complicato, costoso, voluto da Nastassja e pensato per lei, nato sotto una luce sinistra. Con Domenico Procacci, il produttore, siamo partiti senza avere le location adeguate per il finale, poi Nastassja ha perso il padre e nel frattempo si stava separando dal marito. Il film andò male, ma ci sono affezionato, e poi imparare a gestire un insuccesso è formativo, fa parte dei meccanismi base di questo mestiere».

E con Giovanna Mezzogiorno come è andata?

«L’ho conosciuta ragazzina e l’ho voluta per Il viaggio della sposa, mi ha colpito per lo sguardo e per il carattere. È una vera prima attrice, molto libera intellettualmente, coerente con le sue scelte, anche quelle radicali, passionale, con un cuore forte e un primo piano eccezionale. Sono affezionato a lei come a una sorellina».

Tra i suoi incontri importanti c’è quello con Gabriele Salvatores.

«Ci siamo conosciuti con Nirvana, dove ho interpretato Joystick. Mi sono subito sentito accolto. Spesso gli attori soffrono di ansia da performance, Salvatores è come un allenatore bravissimo a tenere sempre alto il morale dello spogliatoio».

L’ha diretta Giuseppe Tornatore.

«Mi ha sorpreso la sua tenacia, la cura nei dettagli, la capacità di ricreare la scena esattamente come l’aveva in mente. Il contrario di Fellini, che aveva sempre voglia di cambiare». 

I suoi personaggi, come l’ultimo, il designer sognatore e disoccupato della fiction di Rai 1 «Il mio vicino del piano di sopra», spesso esprimono inadeguatezza.

«Si, e non solo nei confronti delle donne, anche del mondo, in generale. Da ragazzo avevo un cappotto color cobalto come quello di Omar Sharif nel Dottor Zivago, sognavo di essere come lui. Poi capii che non ci sarei mai riuscito. Così, anche per via di quella folgorazione con Fellini, ho vissuto la mia avventura nel cinema da meridionale, con un senso di stupore, sentendomi non all’altezza, e questo mi ha protetto dal disincanto».

Perché per lei è importante fare questo mestiere?

«Credo ancora che gli artisti possano avere il dono della chiaroveggenza, osservare la realtà e prevederne in qualche modo gli sviluppi».

Vale anche per il resto, la politica, il sociale?

«Sono uno di quegli italiani che si erano distaccati dalla politica per le troppe delusioni, un po’ come è accaduto ai tifosi di calcio dopo Calciopoli. Gli eventi di questi ultimi mesi, le elezioni dei sindaci di Roma e di Torino, mi hanno fatto riavvicinare alla politica, con preoccupazione».

Perché?

«Come tutti quelli della mia età, mi trovo in un’epoca di mezzo... Rottamati troppo presto rispetto a come avevamo immaginato la nostra vita. Per la mia generazione, la crisi è un punto di svolta, o ti limiti a raccogliere i frutti di quello che hai seminato oppure pensi che sia iniziato un nuovo corso e ti ci butti dentro con entusiasmo».

Lei ha scelto la seconda strada.

«Sto facendo tante cose, il teatro, con la ripresa di Dobbiamo parlare, la scrittura del nuovo film con Rocco Papaleo e anche la tv, che prima avrei guardato con sospetto e che ora considero luogo creativo e di ricerca».

Senza sensi di colpa nei confronti del cinema?

«No, anzi. È la tv che deve salvare il cinema d’autore, relegarlo solo alle sale non ha più senso. Mi auguro che quanto prima si decida di far vedere i film su tutti i supporti e che, mentre vengono girati, ci si ricordi che poi andranno dovunque, Internet, cellulari, Netflix. Se non si cambia, non si va avanti».