la Repubblica, 31 dicembre 2016
L’atlante di Trump. Da Cuba alla Cina addio all’eredità di Obama
Rovesciare la politica estera di Barack Obama: da Putin a Israele, dall’Iran alla Cina a Cuba. Sistematicamente. Senza eccezioni. È il progetto conclamato di Donald Trump. È proprio quello che Obama tenta di impedirgli fino alla vigilia della sua partenza, da ultimo con le sanzioni contro Mosca.
Il Presidente uscente accumula gli ostacoli, rafforza di giorno in giorno quella “eredità” che il successore vuole demolire. E così facendo tenta di rendere molto complicata l’opera stessa della demolizione.
La politica estera americana ha avuto sempre dei punti di convergenza bipartisan, solo Trump vuole spazzare via tutto ciò che l’ha preceduto. Ma si può sterzare la portaerei America come fosse un motoscafo? E quanto peserà su Trump l’establishment, non solo repubblicano ma militare o dei servizi segreti?
RUSSIA
La mossa di Obama ha già un effetto dirompente dentro il partito repubblicano. I falchi della destra classica, da John McCain a Lindsay Graham a Paul Ryan, onorano la memoria di Ronald Reagan, “vincitore della guerra fredda” contro Mosca. Per loro Putin resta un nemico. Se criticano Obama è per avere colpito la Russia troppo tardi e troppo poco: di sanzioni ne vorrebbero ancora di più. Inoltre Obama predispone le basi per uno scontro fra l’establishment dell’intelligence e il neo-presidente. Diventa tutto in salita, il piano di Trump per un’intesa cordiale con Putin. Non a caso il presidente russo cerca di dargli una mano, con la sua scelta di non varare rappresaglie.
EUROPA
In parallelo al suo flirt con Putin, più volte Trump ha declassato il ruolo della Nato. Ha minacciato di non onorare gli impegni a difendere gli alleati europei da un’aggressione, visto che il Vecchio continente non spende abbastanza per armarsi. La prospettiva di una presidenza anti- europea (e filo-Brexit), in totale contrasto con Obama, rischia però di scontrarsi con l’establishment militare: il Pentagono è legato alla Nato che ne esalta la proiezione globale.
ISRAELE
«Tieni duro, fra 20 giorni tutto cambia», con quel tweet amichevole verso Netanyahu, The Donald ha sconfessato l’ultima mossa di Obama: l’America non ha esercitato il suo veto e ha lasciato passare una mozione Onu di condanna contro gli insediamenti israeliani nei Territori occupati. Qui la svolta sarà più facile perché il partito repubblicano è compatto nella posizione pro-Israele. Ma se sposta l’ambasciata Usa da Tel Aviv a Gerusalemme, Trump potrebbe trovarsi di fronte a una contro- reazione molto vasta nel mondo arabo.
IRAN
In campagna elettorale Trump promise di disfare anche questa parte dell’eredità obamiana. Sorvolando però sul fatto che l’accordo sul nucleare iraniano non è bilaterale: coinvolge anche Europa, Russia, Cina. Se Washington denuncia quel patto da sola, rischia di abbandonare vieppiù il Medio Oriente all’influenza di altri: Russia, Turchia, Arabia saudita, lo stesso Iran. Un ulteriore elemento di possibile frizione col Pentagono e tutto il complesso militar-industriale: l’isolazionismo si tradurrebbe in un regalo a tutti i rivali strategici. Dal Mediterraneo al Golfo Persico l’impronta militare americana dura dalla Seconda guerra mondiale, ritirarsi non è un’operazione indolore per i “falchi”.
CINA
È ancora fresco il ricordo della “telefonata da Taiwan”, l’altro strappo inaudito rispetto a una tradizione bipartisan che dura dai tempi di Richard Nixon. Anche se Obama non ha avuto un rapporto facile con Pechino, tuttavia era riuscito a ottenere da Xi Jinping una svolta strategica: l’accordo sulla lotta al cambiamento climatico, che spianò la strada alla conferenza di Parigi. Trump capovolge tutto, fa della Cina la vittima del suo riposizionamento strategico, in un certo senso “cancella Nixon”, cioè abbandona una tradizione di dialogo con i cinesi per preferire il patto con Mosca. Tutto rischia di finire in gioco: la stabilità dell’Estremo Oriente e del Pacifico può essere compromessa, se il Giappone e la Corea del Sud raccolgono la sfida di Trump e cominciano a pensare a dotarsi dell’arma atomica. A complicare il quadro ci sono i propositi di guerre commerciali.
CUBA
Uno dei maggiori successi diplomatici di Obama. Non solo per il disgelo con L’Avana in quanto tale, ma per i riflessi che l’operazione ha avuto sull’intera America latina, dove l’embargo contro Cuba era giudicato negativamente anche da tanti governi moderati e alleati di Washington.Trump disse subito che con Cuba Obama aveva fatto un pessimo accordo. Se lui fa marcia indietro raccoglierà qualche consenso nella destra anti-castrista degli esuli più anziani in Florida, ma pagherà un prezzo d’immagine non solo all’estero: la vasta comunità ispanica negli Stati Uniti ha applaudito il disgelo. Che aveva la benedizione operosa di papa Francesco.