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 2016  dicembre 31 Sabato calendario

Il ritorno di Federer l’immortale. «Io come Buffon: nati per durare»

Dedicato a chi diceva che non sarebbe più tornato, ingrassato com’è dai 98.830.825 dollari incassati in prize money (nella classifica 2016 di Forbes è quarto con 55,6 milioni dietro la band degli One Direction, Cristiano Ronaldo e la cantante Adele), dai 17 titoli Slam e dai quattro pargoli (Myla Rose e Charlene Riva più Leo e Lenny) sfornati a doppia mandata dall’inossidabile Mirka. Dicevano che aveva chiuso l’8 luglio scorso a Wimbledon, strappato – lui che di velluto pregiato è fatto sin dalla nascita – dalle bordate di Raonic in semifinale. Era finito, anzi, sostenevano, già dopo l’Australian Open di gennaio (k.o. in semifinale con Djokovic, quello vero non la versione obnubilata dal guru), quando nel piegarsi per preparare il bagnetto alle ragazze si era rotto il menisco, come un cumenda qualsiasi nello smash della domenica.
E invece rieccolo, il Tennis, 174 giorni dopo l’ultima volta che si era accoccolato ai piedi di Roger Federer facendo le fusa, rieccolo su un campo di Perth, down under dove la stagione dal primo gennaio riprenderà a tessere i suoi palleggi, testimoni 6 mila tifosi che hanno riempito lo stadio del primo allenamento come se fosse una finale, perché è con questa amorevole considerazione che Ruggero va trattato, affinché gli dei del tennis ce lo conservino a lungo.
Nei sei mesi in cui è stato via, regalandosi a 35 anni le esperienze che i ritmi serrati di una vita da globetrotter non gli avevano mai permesso (una gita per funghi sulle Alpi svizzere sopra casa, un’incursione nel box di Nico Rosberg per assistere di persona a un Gp, un cameo a Minorca per inaugurare l’Accademia aperta dall’amico Rafa Nadal: il suo profilo Twitter regala qualche perla di normalità in un’esistenza assai speciale), il tennis ha cambiato connotati. Al vertice Federer trova Andy Murray, lanciato come una molla dal titolo bis di Wimbledon verso una seconda parte di stagione strepitosa, tanto da meritarsi il trono su cui Roger è stato seduto 302 settimane (237 consecutive). Nole Djokovic è uno strano Ufo che zigzaga in cielo senza più una meta precisa, Rafa Nadal (reduce da trapianto di capelli) un sopravvissuto a se stesso e al logorio degli Anni Duemila. Il resto è contorno: satelliti che ruotano intorno al sole, tornato a splendere.
Se la Hopman Cup di Perth in coppia con Belinda Bencic è il cocktail con l’olivetta australe che Federer si offre come aperitivo, è dal 16 gennaio, con il debutto all’Australian Open, che le reali ambizioni di questo magnifico dinosauro numero 16 del ranking mondiale verranno a galla: «Sono ottimista: conto di giocare per altri due o tre anni. Ragiono a lunga scadenza. Finché sono in salute e mi tengo lontano dagli infortuni, penso di poter fare ancora qualche danno».
È la longevità la vera chiave di resilienza del ragazzo che cominciò a impilare Slam quando George W. Bush invadeva l’Iraq e i New York Knicks ritiravano la maglia n.33 (Patrick Ewing) e conquistava il settimo Wimbledon – l’ultimo Major vinto in carriera – alla vigilia dei Giochi della XXX Olimpiade estiva, quelli della conferma di un altro Immortale: Usain Bolt. Chi dura a lungo sa quanto lavoro serve. Ecco perché nell’intervista al New York Times sul grande rientro, Roger Federer si è sbilanciato in un paragone non casuale: «Seguo con passione i grandi vecchi come me: Gigi Buffon, per esempio, portiere della Juventus e della Nazionale italiana. È un nome che mi emoziona, perché è sulla breccia da vent’anni. Mi motiva, mi ispira. È bello sapere che non sono solo. È bello sapere che Gigi c’è».
Da luglio a dicembre ha ricaricato le pile in famiglia. Ha guardato l’Olimpiade alla tv («Mai stato a Rio in vita mia: non so cosa mi sono perso») e il tennis in ogni occasione possibile: «Mi sono stupito di quante volte mi sorprendessi a controllare i risultati...». Ha un programma 2017 che per ora non va oltre Miami (dopo Australian Open, Dubai e Indian Wells): «Sono felice di giocare però non so bene cosa aspettarmi da me stesso...». Non lo sanno nemmeno gli avversari: «Ci divertiremo, vedrete».