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 2016  dicembre 31 Sabato calendario

Morte e resurrezione di Conrad

Nel giugno del 1902 Joseph Conrad confessava agli amici il proprio sentimento di perdita: totale, assoluto, nella vita e nella letteratura. Il suo spirito – scrisse – si avviliva, la sua mano si appesantiva, la sua lingua si ispessiva, come se avesse bevuto un veleno sottile. Le parole restavano senza eco: sentiva in se stesso una profonda impotenza mentale; un vuoto, una stanchezza. Gli pareva che il mondo gli fosse stato sottratto da un essere sconosciuto.
Il 23 giugno una lampada esplose sul suo tavolo da lavoro, bruciando la seconda parte di Al limite estremo. «Questa mattina, disse guardando la carta carbonizzata, ho avuto le vertigini: avevo l’impressione che la terra girasse a rovescio. È una catastrofe, ma il testo è ancora abbastanza fresco nella mia mente. Bisogna assolutamente che lo riscriva». Conrad si mise al lavoro: fu «un incubo assoluto»; ma Al limite estremo, uno dei suoi capolavori, venne terminato in ottobre.
Il capitano Whalley, il protagonista di Al limite estremo, aveva compiuto nella giovinezza traversate celebri: era stato pioniere di nuove rotte e di nuovi traffici, vedendo sorgere il sole su molte isole non segnate sulle carte. Aveva navigato in tutto l’Arcipelago malese, in lungo e in largo, traversalmente, diagonalmente, perpendicolarmente, a semicerchi, a zig-zag, per anni e anni. Le sue rotte coprivano come una ragnatela la mappa dell’Arcipelago. Perse tutto – tranne un piccolo, grazioso brigantino, il Fair Maid – nel fallimento di una banca. Ora, a sessantacinque anni, guidava il Sofala sui mari d’oriente. Leggeva la Bibbia: era uno tra i pochissimi personaggi di Conrad che credesse in Dio. Sapeva che il Creatore conosceva i suoi pensieri, i suoi affetti, i suoi moventi. Pensava che gli uomini – non cattivi, ma sciocchi e infelici – avessero bisogno di una forza e di una saggezza suprema.
La vita del capitano Whalley era nutrita esclusivamente di mare: egli era uno scoglio che resiste, irremovibile, ai colpi violenti dell’oceano; e pensava che i marinai senza una nave fossero degli inutili pezzi di legno alla deriva. A sessantacinque anni stava diventando cieco. «Avete mai osservato – commenta Conrad – in un’aperta distesa di spazio, la bassa marea che si ritira da voi, sempre più lenta? Dopo ci sarà un’altra marea. A questo si può paragonare la condizione del capitano: senonché, per lui, non ci sarebbe mai più stata un’altra marea». La luce, per lui, si era completamente ritirata dal mondo: non era rimasto neanche un barlume. Ogni volta che entrava nella cabina, non osava più uscirne: quando si sedeva, non osava più alzarsi: non osava alzare gli occhi in viso a nessuno; cercava di non posare lo sguardo sul mare o di non alzarlo in cielo.
Il capitano Whalley non voleva rivelare di essere cieco: altrimenti la sua Compagnia gli avrebbe impedito di guidare la nave, mentre aveva delle figlie da mantenere. Così guidava la nave come un sonnambulo, dando ordini a un fedele marinaio malese, che aveva trasformato in una parte di sé stesso. Ma si sentiva colpevole della propria menzogna: dominato da quel senso di colpa, mai taciuto, mai dimenticato, mai cancellato, che Conrad e i suoi personaggi portavano oscuramente in se stessi. Sentiva di essere giunto al limite estremo. Non poteva che uccidersi. Come lui, Conrad sentiva di essere arrivato al limite estremo della vita e della letteratura: ciò che scriveva era un passo dentro la morte, o forse la stessa morte entrava in lui, senza rivali.
Qualche anno più tardi, dai primi di marzo 1912 al 29 maggio 1914, Conrad scrisse Vittoria : di getto, con una sola interruzione. Tutto avviene di nuovo in Oriente: specie quando il mare è in una calma assoluta, nulla si muove sulla terra, sull’acqua e in cielo; le rive sembrano cadere sotto l’incantesimo di una quiete luminosa, mentre le parole si fermano sulle labbra, trattenute dal timore di profanare la quiete. Non c’è una sola macchiolina sull’acqua, neanche l’ombra di un piroscafo, neanche un filo di luce, neanche una sola vela, una sola imbarcazione, una sola traccia di movimento.
Tutto è tenebra: quella tenebra da cui viene estratto, con fatica e dolore, il mondo di Conrad. «Le tenebre mi si ergono davanti come un muro. Così dovevano essere prima della creazione». In questo mondo offuscato c’è qualcosa di soprannaturale, che si rivela nelle cose più comuni: un piccolo rumore, il tintinnio di un bicchiere, il gorgoglio di un liquido, la schiuma dell’acqua di seltz. Forse questa cosa soprannaturale è l’Erebo: sulla nave c’è un tale silenzio che potrebbe essere la lancia dei morti. Ma c’è anche il paradiso: «Lingard era nelle condizioni di un uomo che, per aver gettato una rapida occhiata attraverso le porte aperte del paradiso, da quella visione di un attimo era reso insensibile ad ogni forma e visione terrena». Quasi tutti i personaggi hanno il vago sentimento di essere andati oltre le frontiere della vita, in qualche luogo vicino ad una stella, dove c’è una gran calma. Dappertutto si intravedono le Potenze, apparse in Lord Jim : le Potenze infernali, le Potenze oscure, le Potenze celesti: non conosciamo il loro nome e la loro provenienza; non possiamo distinguerle, perché l’Alto e il Basso, il Fato e il Caso si confondono inesorabilmente nel mondo di Conrad.
Vittoria è il grande libro romantico di Conrad, dove l’amore trionfa sulla vita e la morte, attraverso la forza della morte. Axel Heyst vive solo, nel silenzio abbagliante dell’isola di Samburan: aveva diretto la Tropical Belt Cool Company, che era fallita ed era stata messa in liquidazione. Ora ne restano soltanto le rovine. Quando il libro si apre, Heyst, elegante, sprezzante, ironico, un po’ dandy, è avvolto dal mistero, dove si nasconde volentieri. Crede che il mondo sia malvagio: lui non fa che osservarlo; pensa che sia il modo migliore per ingannare il tempo. Qualche volta ode la musica delle sfere celesti: ascolta sempre il silenzio dell’Arcipelago; il silenzio del cielo e del mare senza mormorii, abbracciati da una specie di sorridente sonnolenza.
Alla fine di Vittoria, proprio Heyst, che aveva vissuto così a lungo dentro se stesso, osservando soltanto le apparenze e le ombre della vita, si immerge nella vita; e conosce l’amore, di cui diventa sovrano e vittima. A partire da questo libro, l’amore si espande e si dilata nei libri di Conrad. Nel Salvataggio, scritto, sospeso e ripreso dal 1896 al maggio 1919, il capitano Lingard guarda con passione la signora Travers: «La curva della sua gota, l’orecchio piccolo e seminascosto da una ciocca chiara di capelli biondi, l’incarnato di quel collo superbo». Tutta la persona della signora Travers era una impossibile e stupefacente meraviglia, creata da qualcosa dentro di lei che non apparteneva ai sensi. L’amore occupa Il piantatore di Malata, uno stupendo racconto poco conosciuto. «Quando Geoffrey Renouard vide Freya, rabbrividì fino alla radice dei capelli, e gli venne meno per un poco la facoltà di parola».
La linea d’ombra, scritto tra la fine del 1914 e il marzo 1915, è uno dei pochissimi racconti che Conrad abbia amato e addirittura esaltato. Pensava di aver fatto centro: ogni parola era al punto giusto; nemmeno una nota era sbagliata. «D’improvviso lasciai tutto – dice il giovane narratore. Lo lasciai in quel modo con cui un uccello vola via da un ramo comodo. Fu come se, inconsapevolmente, avessi udito un sussurro o visto qualcosa. Un giorno stavo benissimo e l’indomani tutto era scomparso – fascino, gusto, interesse, soddisfazione – tutto. Mi assalì il nascosto malessere della tarda giovinezza e mi portò via». Nella Linea d’ombra la massima invenzione di Conrad trova una forma perfetta: un’invenzione non inferiore alla grande invenzione di Proust. Racconto e commento si fondono in un incantevole fraseggio, che nasce dalla conversazione e si trasforma in puro stile. Tutto è lentissimo, quasi spossato. Conrad indugia e rinvia il suo tema centrale, e moltiplica i temi minori secondo la volontà e il capriccio.
Negli ultimi romanzi Conrad cambiò stile, rinunciando al fraseggio che l’aveva accompagnato per quasi tutta la vita, come se avesse mutato la sua idea di letteratura. Non fu una decisione felice. Gli ultimi libri, La freccia d’oro, Suspense, Il filibustiere (traduzione di Alberto Cavanna, Nutrimenti, pp. 270, e 17) non appartengono ai suoi capolavori. Nella Freccia d’oro, scritto tra l’agosto 1917 e il giugno 1918, risalì indietro nel tempo, a quegli anni di Marsiglia tra l’ottobre 1874 e l’aprile 1878, in cui scoperse l’avventura, il mare e la letteratura.
Allora frequentò una famiglia di armatori, i Delestang: madame Delestang gli ricordò un personaggio di Bleak House ( Casa desolata ) di Dickens, lady Deadlock; lei gli disse: «Bisogna, in primo luogo, fare attenzione a non rovinare la propria vita». Proprio questo rischiò Conrad, di rovinare la propria vita, lasciandosi trascinare dalla giovinezza, dal romanzesco e dall’equivoco. Quasi tutto rimane incerto nella vicenda del contrabbando d’armi con la Spagna carlista, alla quale Conrad partecipò sulla nave Tremolino. Non abbiamo notizie sicure nemmeno sul suo tentativo di suicidio. Egli si tirò un colpo di pistola nel petto e la pallottola gli uscì dalla schiena, procurandogli soltanto una lieve ferita. Nello stesso momento aveva dato appuntamento ad un amico, come se non volesse uccidersi, ma recitare il suicidio. Per un istante, affondò nel paese della morte e da lì risorse: la ricerca e l’accettazione della morte portarono con sé la resurrezione.
Sebbene sembrasse perduto nell’infinito, Conrad possedeva un fortissimo senso storico: risuscitava nella mente un tempo, un anno, un mese, un giorno; e rafforzava la sua intuizione con letture e ricerche. Era attratto dagli anni della Rivoluzione francese e da Napoleone: sebbene non rappresentasse mai direttamente Napoleone, i personaggi non fanno che parlare di lui. «Credo che vi sia un uomo – dice un personaggio – più grande di voi e di me, che è convinto di avere una stella tutta sua». Anche Horatio Nelson aveva una stella: nel Filibustiere dice: «Io resterò attaccato al mio posto, fino a che qualche colpo del nemico metterà fine ad ogni cosa».
Come Nelson, Conrad rimase al suo posto: fermo, senza battere ciglio, pensando alla morte. Così annunciano i versi di Edmund Spenser, che formano l’epigrafe del Filibustiere, e che vennero incisi sulla pietra della sua tomba, nel cimitero di Canterbury: «Il sonno dopo la fatica, un porto dopo mari tempestosi, la quiete dopo la guerra, la morte dopo la vita, ciò dà una grande soddisfazione».