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 2016  dicembre 31 Sabato calendario

«La tregua è utile a tutti: questa volta può funzionare». Intervista a Staffan de Mistura

«Questa volta la tregua può funzionare». Staffan de Mistura, inviato speciale dell’Onu per la crisi siriana, 69 anni, svedese naturalizzato italiano, sta seguendo le manovre diplomatiche di Russia, Turchia e Iran, in vista della ripresa dei negoziati al tavolo delle Nazioni Unite, a Ginevra.
L’accordo sulla Siria promosso da Vladimir Putin reggerà alla prova sul campo?
«Il mio più grande timore è la stasi. Siamo contenti che si sia evitata la grande battaglia di Aleppo, come avevamo chiesto. Ora le cose si stanno muovendo e penso che questo cessate il fuoco abbia più possibilità di reggere rispetto a tutti i tentativi visti finora».
Merito della Russia?
«C’è un fatto oggettivo. Russia, Turchia e Iran hanno una presenza militare cospicua sul terreno. Ma soprattutto hanno un interesse comune, anche se motivato da ragioni diverse tra loro».
Che cosa è cambiato rispetto a pochi mesi fa, quando Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdogan, il presidente della Turchia, erano schierati su fronti opposti?
«Putin ed Erdogan si sono resi conto che, senza una soluzione politica, dovrebbero far fronte a una guerra d’usura per altri quattro o cinque anni: la caduta di Aleppo non significa la fine del conflitto interno. La Turchia, inoltre, non vuole altri 200 mila rifugiati e teme che nel nord della Siria si cristallizzi uno Stato curdo».
Soluzione politica significa affrontare la questione Bashar al Assad e la transizione istituzionale…
«Resta ferma la risoluzione dell’Onu che prevede un processo di transizione. Anche se questa parola non è più una parola di moda in Siria. Adesso abbiamo davanti un altro scenario: quello di un negoziato vero tra il regime di Assad e i ribelli».
Non è troppo ottimista?
«Intanto vediamo che cosa succederà nella riunione di Astana (in Kazakistan ndr. ) convocata da Putin. Il regime di Assad non potrà mancare e i turchi porteranno gli esponenti di una parte dell’opposizione. Penso che Putin abbia la genuina volontà di trovare nuove formule politiche per la Siria: lo dimostra proprio questo vertice. Altrimenti avrebbe lasciato le cose come stanno, con Assad padrone assoluto a Damasco».
Da questo schema restano fuori i curdi, in parte appoggiati dagli Stati Uniti…
«Sì, questo è un problema. Toccherà a russi e turchi provare a risolverlo. Anche perché i curdi si sono battuti con energia ed efficacia contro l’Isis. Molto dipenderà da come andranno le cose sul campo nelle prossime settimane. Immagino che la riunione di Astana si terrà non prima della seconda metà di gennaio».
Poi toccherà all’Onu, cioè a lei: ha già fissato la riunione di Ginevra?
«Per ora siamo orientati sull’8 febbraio. Ma siamo flessibili, aspetteremo gli sviluppi legati ad Astana. Il nostro compito è quello di fare da rete, per raccogliere le soluzioni e portarle alla discussione del Consiglio di Sicurezza».
C’è la possibilità che alla fine la Siria venga divisa in più parti? È un’ipotesi che circola ormai da qualche mese…
«Certo, ma sarei cauto su questo punto. Il principio dell’unità nazionale è sempre molto importante in casi come questi. Abbiamo l’esperienza dell’Afghanistan e dell’Iraq: due vicende che ho seguito direttamente. L’unità del Paese non è stata mai messa in discussione, anche se de facto si sono formate aree di influenza: i curdi nel nord dell’Iraq o il Pakistan nel sud-est dell’Afghanistan, tanto per fare degli esempi».
Barack Obama appare il grande sconfitto di tutta l’operazione. È d’accordo?
«La parola sconfitta sarebbe ingiusta. Fin dall’inizio Obama non ha voluto coinvolgere militarmente gli Stati Uniti nella crisi siriana. Ha affidato al Segretario di Stato John Kerry il compito di trovare una strada diplomatica. Ma la diplomazia non sempre funziona se non è accompagnata da una certa muscolarità militare. Alla fine questo tentativo è stato bypassato da Putin e da Erdogan».
Che cosa farà, invece, Donald Trump?
«Potrà avere un peso importante. Gli ho mandato un messaggio proprio sulla questione siriana. Credo che Trump abbia perfettamente ragione a dare la priorità alla lotta al terrorismo. Lo pensiamo tutti. Fa bene anche a cercare un accordo anti-Isis con Putin. Ma se vuole debellare lo Stato Islamico occorre trovare una soluzione politica che includa anche i sunniti. Prima della Siria, lo abbiamo visto in Iraq: se i sunniti non sono coinvolti nelle formule di governo, diventano terreno fertile per nuove formazioni terroristiche».