Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2016  dicembre 31 Sabato calendario

Quei luoghi al centro di mille polemiche: ritorno al 1998

Alla fine si torna alla casella di partenza. Ai Cie, i centri di identificazione ed espulsione, che nacquero nel lontano 1998 con una legge firmata da Livia Turco e Giorgio Napolitano, e conobbero anche una breve stagione come centri di permanenza temporanea, denominazione più pudica e meno sincera. Adesso il governo li riscopre in quanto male minore, strumento necessario a mettere ordine nel caos dei rimpatri e infondere sicurezza nelle paure crescenti degli italiani, in qualche modo adeguandosi a una tendenza europea, perché queste strutture, seppur con nomi diversi, continuano a essere usate in quasi tutti i Paesi dell’Unione. I Cie non piacciono a nessuno, sono luoghi orribili che continuano ad apparire come una vergogna necessaria, qualcosa da nascondere alla vista e alle coscienze. La decisione del governo di aprirne uno in ogni regione appare improntata a un pragmatismo anche politico, che ha bisogno però di confrontarsi proprio con lo stato dei fatti. Attualmente i centri in funzione sono solo cinque, da tredici che erano, appena 360 posti disponibili sui 1.600 inizialmente previsti. E non sono state soltanto le proteste delle associazioni umanitarie a decretare il fallimento di quella organizzazione, ma anche una legislazione e regole incerte fin dal primo giorno. La durata della permanenza era all’inizio di 30 giorni, poi venne aumentata fino a 18 mesi nel 2011, ma nel 2014 scese ancora a 90 giorni, per poi tornare nel settembre 2015, seguendo una direttiva Ue, agli attuali 12 mesi. Ancora oggi lo statuto giuridico di queste strutture non è ben chiaro. È stata inventata apposta la formula della detenzione amministrativa, alquanto scivolosa. Dal Cie non puoi uscire, ma se evadi non commetti reato. La battaglia ideologica ha spesso oscurato la discussione sulla loro vera efficacia. Nel momento di massima attività, solo il 51 per cento degli immigrati trattenuti in quelle strutture è stato rimpatriato. Mentre molti Cie sono stati chiusi, per le rivolte, per gli incendi appiccati dagli ospiti, per le proteste, per decisione della magistratura. Insomma, non hanno quasi mai funzionato. La circolare del Viminale tiene conto di una realtà che nei prossimi mesi potrebbe diventare ancora più drammatica di quanto già non sia, basta guardare lo scenario internazionale per capire che vivremo una primavera tremenda. La consapevolezza della situazione e dei futuri problemi di ordine pubblico che questa decisione porta con sé appare chiara. Quel che serve è la chiarezza legislativa mancata finora, unita alla necessità di fare le cose bene, che significa anche una gestione diversa dei centri, per evitare tensioni interne ed esterne. Senza mai dimenticare che i migranti destinati a passare per quei tristi luoghi non sono numeri, ma donne e uomini in carne e ossa.