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 2016  dicembre 31 Sabato calendario

Le parole Tir, frontiere, bail-in. Un arcobaleno verbale

Tir. L’acronimo per gli autotreni abilitati al trasporto internazionale. Tre lettere che la fantasia omicida dei terroristi fai-da-te ha trasformato in un micidiale strumento di morte. Ma tra le parole che hanno caratterizzato l’anno che finirà oggi a mezzanotte ci sono anche Frontiere, Referendum, Terremoto e Bail-in.
TIRÈ stato l’anno del Tir. Autotreno o autoarticolato abilitato al trasporto internazionale di merci nell’Europa occidentale, secondo la convenzione doganale di Ginevra del 1959. Nel 2016 trasformato dalla fantasia omicida dei terroristi fai-da-te in un micidiale e ingegnoso strumento di morte, il 14 luglio sul lungomare di Nizza, il 19 dicembre in un mercatino di Berlino. Lanciato a bomba contro gli innocenti, la stessa forza della dinamite.
Un mezzo di trasporto, non a caso. Lo stesso mezzo sul quale i migranti della Giungla di Calais hanno mille volte tentato di infilarsi per passare dall’altra parte della Manica. Un mezzo di trasporto come i barconi che hanno scaricato sulle coste dell’Europa, che poi sono le coste nostre, centinaia di migliaia di esseri umani in fuga, in cerca, in transito, in movimento.
Un Tir è più facile da dirottare di un aereo, niente metal detector all’imbarco, un povero autista indifeso alla guida, magari uno di quei polacchi che accusiamo di togliere il lavoro ai nostri. Più facile da dirigere contro un obiettivo. Più difficile da intercettare. Ogni piazza, ogni lungomare, ogni festa è vulnerabile. I Tir sono come i globuli rossi del sistema sanguigno dell’Occidente, portano in giro cibo e materia prima, senza di loro non possiamo vivere, ma su ognuno di loro può circolare il virus che ci ucciderà.
FRONTIERE
Un mezzo di trasporto che per definizione varca le frontiere. Ecco un’altra parola chiave del 2016. Frontiere da chiudere, dicono in tanti, sempre di più, ovunque. Per fermare persone straniere, merci straniere, capitali stranieri.
È stato l’anno dell’anti-global, tutto ciò che viene da fuori è diventato nemico, tutto ciò che sta dentro è nazionale, indigeno, buono. La Brexit è stata l’apoteosi di questa rivoluzione. Nell’isola che ha globalizzato il mondo con un Impero di estensione senza precedenti e con una lingua che ne è oggi l’esperanto, il popolo ha scelto, seppur di misura, l’isolamento. Neanche poi splendido. Trump ne è stato il sigillo. Anche nel Paese leader del mondo, nella roccaforte del sistema di capitalismo liberale che regge l’Occidente, ha vinto l’isolamento, «America first», un muro col Messico, e dazi sui prodotti cinesi.
Chiusura contro apertura, questo è il nuovo asse della politica mondiale dopo il 2016, lasciate perdere destra contro sinistra; anzi, lasciate perdere affatto la sinistra, che in Francia, in Germania, in Gran Bretagna, è un derby tra due destre, quella moderata e liberale che propugna l’apertura, e quella sovranista e populista, quando non xenofoba, che propone la chiusura.
REFERENDUM
Di conseguenza, i referendum si sono fatti pericolosi, molto pericolosi. Perché su qualsiasi cosa chiami il popolo a votare, finisce per esprimersi sempre sulla stessa domanda: vi sentite in pace con le vostre élite, protetti da chi vi guida? No, di solito è la risposta. Nel Regno Unito dove ha bocciato l’Unione Europea, in Colombia dove ha respinto un accordo che metteva fine a cinquant’anni di guerra civile, e infine in Italia, dove si parlava di Costituzione.
Tra chi ci governa oggi, e chi ha scritto i principi del buon governo quasi 70 anni fa, gli italiani non hanno avuto molti dubbi. Il passato ci sembra sempre migliore, quando i tempi sono peggiori. Se poi chi è al comando presume di poter cavalcare l’onda della storia con la leggerezza di un surfista, fa la fine di Renzi, che convocò il popolo per suonare e ne fu suonato.
PROPORZIONALE
Ora che non c’è più lui, e anzi sembra che gli italiani siano stanchi di qualsiasi Lui, la parola chiave è diventata proporzionale.
In tanti lo invocano, come l’unico modo di ristabilire un rapporto equilibrato tra elettori e loro rappresentanti (il direttore dell’ Avvenire, Marco Tarquinio, ha parlato di una «democrazia proporzionata»); in tanti lo esecrano, considerandolo la tomba del decisionismo e il ritorno alle pessime abitudini del tempo che fu, quello della Dc e del Pci. Ma in fin dei conti anche il maggioritario ha prodotto governi di coalizione (sia Prodi che Berlusconi sono stati messi in crisi dagli alleati); e le ultime due leggi elettorali, sia il Porcellum sia l’Italicum, erano proporzionali, per quanto con aggiunta di premio finale al vincitore.
Forse per questo la prima è stata abbattuta dalla Corte costituzionale, e la seconda potrebbe fare la stessa fine tra poche settimane. Ragione per cui il 2017 sarà l’ennesimo anno di un’ennesima nuova legge elettorale, ne abbiamo cambiato quattro in 25 anni, e basta questo per dire come siamo messi male.
POST VERITÀ
D’altronde i nuovi politici, quelli della chiusura, dispongono anche di innovativi, formidabili strumenti: la post verità, per esempio. Neologismo dell’anno che si chiude, riconosciuto come parola del 2016 nientemeno che dall’Oxford Dictionaries. Per molti aspetti la post verità non è altro che una pre bugia. Ma il processo che la rende accettabile è molto sofisticato. In realtà il prefisso «post» qui non vuol dire «dopo», ma «oltre». Oltre la verità. Significa che oggi a grandi masse di cittadini interessa più ciò in cui vogliono credere che ciò che è vero, che non hanno più alcuna fiducia di chi certifica il vero, e che la distinzione tra ciò che è vero e ciò che non lo è non è più così importante.
Da un certo punto di vista è anche questa una forma, seppur perversa, di empowerment : coloro che erano fruitori passivi di un’informazione top-down oggi si ritengono protagonisti di una conversazione orizzontale, nella quale ogni fonte vale qualunque altra. Tutto ciò è reso possibile dal carattere capillare e istantaneo della Rete.
Internet sembrava aver inaugurato l’era del fact checking, e cioè del rigoroso controllo in tempo reale della verità nel dibattito pubblico. E invece ha generato il suo contrario: la tolleranza della post verità.
BAIL-IN
Accade perché la gente è arrabbiata. Sempre più arrabbiata. A causa del bail-in per esempio, vero e proprio spauracchio del 2016, classico caso in cui il tentativo virtuoso dell’Europa di non far pagare ai contribuenti i salvataggi di banche portate al fallimento, si è trasformato nella testa della gente nel suo opposto: la punizione di innocenti risparmiatori.
Il guaio è che mentre gli altri governi europei mettevano in sicurezza con i soldi pubblici le loro banche sconvolte dalla crisi, i nostri governi hanno passato il tempo a giurare che le nostre banche erano le più sicure del mondo. Così si è agito quando era troppo tardi e le regole europee erano cambiate (in peggio per noi). Il contraccolpo sull’opinione pubblica è stato micidiale. Il caso Banca Etruria ha stroncato la carriera politica della ministra Boschi, e sì che sembrava destinata alle stelle, e da solo ha fatto più danni alla popolarità del governo Renzi di qualsiasi altra cosa. Ora tocca a Monte Paschi. E ci costerà salato.
TERREMOTO
Con questi chiari di luna, non sorprende che la parola del 2016 italiano che le racchiude tutte sia terremoto. Una condizione virtuale dell’intera nazione ma quasi endemica sulle montagne del nostro Appennino, in quella vertebra del Paese che non smette di sussultare da agosto, scrollandosi di dosso case, chiese, scuole, ospedali, mettendo a nudo la fragilità di quei borghi che sono l’Italia, e che tutto il mondo, guardando la devastazione in tv, ha subito riconosciuto come Italia.
Sarà per questo che la reazione solidale è stata così eccezionale, pronta, magnifica. Per Amatrice e Arquata del Tronto ha davvero vibrato la nazione. Ci ha ricordato di che grandi cose è capace. Ma anche quanto sia pronta a dimenticare appena l’emergenza finisce, se l’emergenza si ripropone drammatica in media ogni cinque anni. Stavolta è la prova del nove. Sapremo finalmente ricostruire quel pezzo d’Italia che è venuto giù in modo che non venga mai più giù? Basterebbe superare questo esame di maturità nazionale per scrivere nella Storia l’anno che verrà.