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 2016  dicembre 31 Sabato calendario

Le riforme per evitare la tutela

Criticando l’intervento dello Stato italiano nel Monte dei Paschi di Siena i tedeschi sollevano due questioni diverse: «Non lo potete fare, e comunque i 20 miliardi stanziati dal governo non bastano a rimettere in piedi le vostre banche». La prima, «Non lo potete fare», è una noiosa discussione sulle regole: le direttive europee consentono una flessibilità che il governo ha usato in modo intelligente, ma sull’interpretazione delle regole si può sempre discutere. Il «Non basta» apre invece una questione politica fondamentale che riguarda i rapporti dell’Italia in Europa, in particolare con la Germania. Se 20 miliardi bastino, oppure no, dipende dalle prospettive per la nostra economia. Se davvero siamo finalmente usciti dalla lunga crisi, un intervento dello Stato dell’ordine di 20 miliardi può essere sufficiente. Questi infatti, aggiunti ai 13 miliardi già raccolti da Unicredit fra investitori privati, 1 miliardo raccolto dal Banco Popolare, due o tre dalla trasformazione in azioni di obbligazioni subordinate e circa otto di crediti fiscali, raggiungono la somma di 40 miliardi: il capitale che mancherebbe alle banche italiane se l’economia ricominciasse pur lentamente a crescere.
Diverso è se invece riteniamo che vi sia il rischio di tornare in recessione. Oppure – e questa è la possibilità più concreta e secondo me più preoccupante – se la nostra economia non avesse ancora completato la ristrutturazione richiesta dal processo di globalizzazione. Cioè se sono ancora molte le imprese che debbono chiudere per essere sostituite da aziende nuove e più adatte al nuovo contesto internazionale.
S e così fosse – e il fatto che la produzione industriale non dia segni di riprendersi lo suggerisce – molti dei crediti che le banche hanno fatto alle imprese «vecchie» non verrebbero ripagati. Questo farebbe crescere ancor più le sofferenze delle banche, che quindi avrebbero bisogno di più capitale (perché, ricordiamoci, il capitale di una banca è un «cuscinetto» il cui scopo è assorbire eventuali perdite per crediti non ripagati).
In questa prospettiva 20 miliardi potrebbero non bastare ed è difficile dire quanti ne servirebbero. Anni fa in Spagna l’intervento fu di 100 miliardi, anche se alla fine le banche spagnole ne usarono solo 52. In Germania, un’economia che però è grande il doppio della nostra, l’intervento pubblico fu di 238 miliardi. In Olanda 36, in Austria 28, 19 in Belgio.
Il problema è che un intervento di queste dimensioni non ce lo potremmo permettere. Portare il debito pubblico da 133 a 134 per cento circa del Pil (questo sarebbe il costo di un intervento di 20 miliardi) non è ideale ma neppure drammatico: alzarlo di 5 punti rischierebbe invece di far salire il costo di tutto il debito. Ce lo potremmo permettere solo chiedendo l’aiuto dell’Europa attraverso il Mes, il Meccanismo europeo di stabilità, cosiddetto Fondo salva Stati. Cioè mettendo le nostre banche sotto la tutela europea.
Con una differenza importante: il Mes non è un’istituzione comunitaria, cioè non è un braccio dell’Unione Europea. È semplicemente un accordo fra Stati, in cui ciascuno, e la Germania in particolare, ha diritto di veto. Questo è ciò cui puntano alcuni in Germania. Salvare l’Italia, che rimane uno dei primi mercati per le esportazioni tedesche, ma metterci sotto tutela. Possiamo evitarlo?
La possibilità di non essere messi sotto tutela dipende quindi da che cosa ci aspettiamo accadrà alla nostra economia. Questo a sua volta dipende in gran parte dalle riforme ancora da fare, a cominciare dalla legge sulla concorrenza che giace dimenticata in Parlamento da 23 mesi.
Ma c’è un altro aspetto. Dipende anche da come reagirebbero i mercati. Se i mercati temono che 20 miliardi non bastino e pensano ne possano servire 100, dobbiamo dimostrare di poter attivare, se divenisse necessario, un intervento pubblico di quelle dimensioni.
Cioè dobbiamo essere espliciti sul fatto che ove necessario saremmo pronti a chiedere un intervento del Mes accettandone i vincoli. Altrimenti «siamo fritti».
Quello che manca nella posizione del governo è il senso della drammaticità di queste decisioni. Palazzo Chigi e il ministero dell’Economia gestiscono la crisi come se quelle che ci troviamo ad affrontare fossero tutte scelte normali. La gravità di un passaggio, pur necessario, come la nazionalizzazione della terza banca del Paese viene messa in sordina. Il tentativo comprensibile di tranquillizzare gli italiani si trasforma agli occhi tedeschi (e non solo) in una insopportabile leggerezza nell’affrontare i problemi: le banche, come la crescita, o le riforme ancora da fare.