Libero, 3 gennaio 2017
Quando l’aroma dei capolavori era garantito dai bar letterari
Si potrebbe intendere la storia della letteratura come una torrefazione che ha prodotto caffè lunghi (i romanzifiume), ristretti (novelle e racconti), corretti (opere che hanno mescolato i generi), macchiati (libri che accorpano vari sottogeneri), amari (dallo stile sobrio e la prosa asciutta), dolcificati (sovrabbondanti di retorica) o sospesi (i libri dal finale aperto o che si prestano a un sequel). Ciascuno di loro, comunque, porta la traccia del luogo in cui è stato pensato e creato, ne serba l’aroma, che poi spiega anche il gusto del lettore nell’assaggiarlo. Allora non è possibile concepire un libro privandolo di quell’odore e sapore, perché senza di quelli non sarebbe mai nato o forse non sarebbe così com’è stato.
Potete capire perciò il dispiacere nell’apprendere la notizia che i proprietari dello storico Caffè Pirona di Trieste sarebbero intenzionati a vendere quella fucina di idee e di delizie esistente dal 1900, e destinarla a un uso più profano e uno stile più moderno. In quella sede ha visto la luce l’Ulisse di James Joyce che là, tra un caffè e un presnitz, scrisse l’incipit della sua operamondo e ne abbozzò i primi tre capitoli. Non ci sarebbero oggi probabilmente le avventure di Leopold Bloom, non ci sarebbe il flusso di coscienza senza il flusso di caffeina, non ci sarebbero gli infiniti monologhi interiori senza il silenzio animato in cui Joyce si rincantucciava, e non ci sarebbe neppure la Dublino della storia senza la Trieste del suo concepimento. Con quel luogo, se ne va anche il posto amato da altri due giganti della cultura triestina, Umberto Saba e Italo Svevo, abituali clienti del Pirona, dove era frequente vederli racconta Il Piccolo l’uno con la pipa in mano, l’altro alle prese con un calicetto di vino.
Ma se col Pirona muore la fucina dello stream of consciousness e della Trieste letteraria, Roma piange la scomparsa del centro pulsante della cultura nazionalistica, quel Caffè Aragno, luogo di ritrovo dei futuristi, Marinetti in testa, definito da Orio Vergani «il sancta sanctorum della letteratura, dell’arte e del giornalismo» e chiuso nel 2014 dopo lunghi travagli, che lo avevano ridotto a fast food. Là, come si può leggere nel libro Barfly (Nuages, pp. 94, euro 15) di Giancarlo Ascari, Cristina Taverna e Arianna Vairo, ci passava Oscar Wilde, Giuseppe Ungaretti e Massimo Bontempelli si sfidarono a duello, e avvenivano vere e proprie conversioni intellettuali, al punto che il poeta Vincenzo Cardarelli lo descriveva come il posto dove «si entrava sovversivi e si usciva conservatori».
Orientato su tutt’altra linea ideologica era invece il Bar Oreste di piazza Mirabello a Milano, chiuso ormai da tempo e popolato una volta da attori, intellettuali e militanti della cultura progressista: Umberto Eco che lo definiva «una sorta di osteria galattica alla Star Wars» e lo aveva inserito col nome di Pilade ne Il pendolo di Foucault vi era solito giocare a flipper; e ci metteva piedi, mano e testa anche Georges Wolinski, il disegnatore morto nella strage di Charlie Hebdo.
Ma Milano era anche la città del Bar del Grillo, a metà tra una trattoria e una balera, dove creava e si ricreava uno dei più grandi disegnatori del ’900, il futuro cartoonist del New Yorker Saul Steinberg, che allora leggasi la biografia di Deirdre Bair (Saul Steinberg, Doubleday, pp. 732, $ 40) realizzava le vignette per le riviste satiriche Il Settebello e Il Bertoldo, prima di fare le riunioni di redazione, con Cesare Zavattini e Achille Campanile, in un locale proprio sopra il bar, lo stesso in cui divideva il letto con la contrabbandiera Ada Cassola.
Per caffè che sono chiusi, ce ne sono altri che continuano a vivere quasi dimentichi dell’eredità del passato, come il Bar Jamaica, sempre a Milano, frequentato da Dino Buzzati che vi si incantava davanti alle donne, da Piero Manzoni e pure da Benito Mussolini che, quando era direttore de Il Popolo d’Italia, una volta se ne andò senza pagare: di quella storia non resta oggi che la movida.
Niente che sia testimonianza viva, reliquia o memoria, come invece hanno intuito sapientemente altri bar letterari fuori confine: ha fatto così La Bodeguita del Medio de L’Avana, salotto letterario di Pablo Neruda ed Ernest Hemingway che vi sorseggiava copiosamente mojito, e oggi grazie a graffiti e oggettistica legata a quei personaggi uno dei luoghi più visitati di Cuba. Così come la Casa Voloshin a Koktebel, in Crimea, ritrovo di un collettivo letterario che andava da Max Voloshin a Michail Bulgakov, da Marina Cvetaeva a Maksim Gor’kij, adibito adesso a museo dove riecheggiano quei nomi e i loro versi.
Il profumo dei caffè letterari, insomma, può durare a lungo, salvo corromperne l’anima e far diventare i caffè una ciofeca.