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 2017  gennaio 03 Martedì calendario

«Il nostro mezzo secolo di analisi
 da Woody Allen agli antidepressivi». Intervista a Pier Francesco Galli, Paolo Migone e Marianna Bolko

Cinquant’anni sono un’età importante, anche per una rivista. Psicoterapia e Scienze Umane (Franco Angeli) viene pubblicata ininterrottamente da mezzo secolo, ha attraversato decenni diversissimi sempre respirandone lo spirito del tempo, ospitando le riflessioni degli intellettuali più influenti alle prese con desideri e sofferenze dei contemporanei. Psichiatri, psicoanalisti, psicologi, ma anche antropologi, filosofi, storici, sociologi. Fondata da Pier Francesco Galli, ha percorso la storia della psicoterapia in Italia e per questo si regala un numero «speciale» a cominciare dalla fatica con cui deve essere stato realizzato. Non pare impresa facile, a occhio, contattare 62 psicoanalisti, i più autorevoli del mondo – tra cui la stessa Sophie Freud, nipote di Sigmund – e porgli 12 domande sullo stato attuale della disciplina. Ne esce una radiografia nitida, affettuosa e spietata insieme, di «cosa resta della Psicoanalisi», come da sottotitolo del volume. Ne abbiamo parlato in un’intervista a tre con il fondatore Pier Francesco Galli e i condirettori Paolo Migone e Marianna Bolko.

50 anni di rivista e 60 di pratica psicoanalitica. Che cosa è cambiato nella sofferenza psichica e nei sintomi che la manifestano?

Pier Francesco Galli: «Erik Erikson mise a fuoco le crisi di identità, osservando il malessere dei reduci di guerra. Questa fu la premessa delle osservazioni sulla patologia del Sé, concetto totalizzante, quasi equivalente a quello di “persona”. Il “mal di vivere” si affacciò sulla scena del mercato dei professionisti della psiche, incrociando i malesseri della società detta del benessere. In Italia Il male oscuro di Giuseppe Berto ebbe grande successo e i confini tra la classica Grosse Psychiatrie, grande psichiatria, e la Kleine Psychiatrie, piccola psichiatria, cominciarono a sfumare mentre la psicoanalisi entrava nella quotidianità delle società occidentali. Si prefigurava il quadro del vivere con “badanti dell’anima”».


Oggi esistono più ideologie del benessere a ogni costo. O con un po’ di disagio si deve convivere?

Galli: «Freud aveva messo in questione la legittimità di trasformare, con l’intervento psicoanalitico, la miseria nevrotica in percezione della miseria reale. Maestro nel costringere al confronto con se stessi, senza illusioni, credo che Il disagio della civiltà abbia ancora molto da dire. Le misure dell’anima, proposte come benessere, creano il mercato delle devianze. Qualche drammatico chilogrammo in più, nel quadro del salutismo imperante e della cultura del check-up, genera ipocondria indotta alla ricerca dell’idealtipo. Riprendiamoci il nostro male di vivere, avevo scritto una volta, criticando quel diagnosticismo che stabilisce le misure dell’esistere».

Si ricorre troppo agli psicofarmaci?

Migone: «Vi è certamente un abuso di psicofarmaci soprattutto per la depressione, che è una etichetta utilizzata per disturbi anche molto diversi tra loro. È stato dimostrato che nella depressione la psicoterapia spesso funziona meglio dei farmaci, e comporta anche meno ricadute. Inoltre va detto chiaramente che i farmaci antidepressivi hanno una efficacia limitata, molto vicina al placebo, e questa non è una opinione, bensì un dato emerso da rigorose ricerche controllate. Ma poiché il nostro campo è pressoché totalmente controllato dalle case farmaceutiche, questi dati non vengono diffusi come dovrebbero».



Le neuroscienze sostituiranno la psicoanalisi?

Migone: «Le neuroscienze non sostituiranno mai la psicoanalisi perché essa è una professione di aiuto, basata sulla relazione interpersonale. Le neuroscienze possono invalidare alcune ipotesi teoriche, e questo non può essere che un bene. Di fatto le neuroscienze sono anche servite a chiarire i processi cerebrali sottostanti a determinati fenomeni clinici la cui esistenza, peraltro, era ben nota alla psicologia».

Woody Allen ne è il testimonial più noto in tutto il mondo, ma ha fatto bene alla psicoanalisi?

Bolko: «Allen ha avuto il merito di porre in ridicolo quella che possiamo chiamare “la psicoanalisi pop”, cioè la moda di usare nozioni tratte dalla psicoanalisi per fornire spiegazioni banali di circostanze di vita. Tuttavia così facendo ha anche contribuito a dare un’immagine banale di tutta la psicoanalisi».

Quando avete letto le risposte dei colleghi di tutto il mondo che cosa avete pensato? Per esempio quando Antonino Ferro dice che il complesso di Edipo è il logo della psicoanalisi, come la mela per Apple...

Bolko: «L’espressione esprime bene una esigenza diffusa tra gli psicoanalisti di guardare oltre l’orizzonte umano definito dal concetto di Edipo. Tuttavia, come c’è da chiedersi cosa sarebbe la Apple senza la mela, così c’è da chiedersi cosa sarebbe stata e cosa sarebbe la psicoanalisi senza quel concetto».

Sophie Freud, nipote di Sigmund, vivente negli Usa, dice che più che di cura delle parole c’è bisogno di cura del pensiero.

Bolko: «Sophie Freud, parla dei falsi profeti e delle culture assertive che hanno attraversato e attraversano i territori della psicoanalisi, e propone come antidoto il recupero del pensiero senza sottomissione».

Massimo Recalcati risponde ponendo a sua volta una domanda: «Siamo in grado di dimostrare che il nostro lavoro clinico è efficace?».

Migone: «È del tutto possibile dimostrare l’efficacia dei nostri interventi, rimanendo anche ben consapevoli della complessità di questo campo di indagine. Sulla rivista già a partire dagli Anni 80, abbiamo pubblicato alcune delle ricerche più importanti per preparare il dibattito in Italia e per stimolare la riflessione, anche critica, su questa tematica».