La Stampa, 3 gennaio 2017
Dalle firme false al caso Roma. Un anno vissuto giudiziariamente
Il 2016 è stato un anno vissuto giudiziariamente per il M5S. E stupisca fino a un certo punto l’editto in tema di giustizia e politica. Perché l’annuncio che apre il nuovo anno corona dodici mesi in cui il M5S ha sbattuto il muso sulle gioie e i dolori del potere, costringendolo a fare i conti con la propria storia e quelle che sembravano le proprie granitiche certezze. L’elenco è questo, in successione: caso Quarto, sindaca Rosa Capuozzo azzoppata ed espulsa in pochi giorni anche se era indagato il marito e non lei; indagine sul sindaco di Livorno Filippo Nogarin per abuso d’ufficio, salvato; sospensione imposta al sindaco di Parma Federico Pizzarotti perché non aveva comunicato di essere indagato, scelta fatta senza regole chiare; le indagini tenute nascoste anche da Luigi Di Maio su Paola Muraro, assessora all’ambiente di Roma, con la surreale distinzione tra avviso di garanzia e iscrizione sul registro degli indagati fatto dalla sindaca-avvocato Virginia Raggi; firme false a Palermo, tre deputati e attivisti indagati si avvalgono della facoltà di non rispondere davanti ai pm, rifiutano l’autosospensione ma vengono costretti alla sospensione da Grillo. È il racconto incalzante di una presa di consapevolezza che amministrare ha i suoi problemi. Una storia, piena di pasticci, perlomeno nella gestione, che ha capitoli ancora da scrivere.
I tempi, innanzitutto. Perché proprio ora Grillo se ne esce fuori con questo post pensato dopo le indagini su Nogarin? Dopo la baraonda di Roma in seguito all’arresto di Raffaele Marra, i 5 Stelle sono sicuri che gennaio porterà altre sventure. Temono due avvisi di garanzia per la sindaca, uno sulla nomina di Salvatore Romeo, un altro sulla promozione del fratello di Marra a dirigente del Turismo. In più, potrebbe essere rinviata a giudizio Muraro, silurata nel rimpasto imposto a dicembre, e principio di tutti i guai romani. Cosa farà Grillo, alle luce delle nuove regole, con Raggi? Le chiederà di autosospendersi come si diceva nelle ore infuocate del caos pre-natalizio? Pare di no. Ripeteranno che è un «atto dovuto», formula magica molto in voga ora tra i vertici del M5S. Le feste hanno fatto riflettere Grillo e Davide Casaleggio, convincendoli ad approfittare delle vacanze per dare la linea senza passare da un’assemblea che sicuramente avrebbe chiesto l’ala ortodossa.
Il realismo e il pragmatismo politico si sposa con convinzioni che in realtà Grillo sulla giustizia ha da sempre. Da tempo il comico meditava su questa impostazione formalizzata ieri, che il pantano di Roma, dal caso Muraro in poi, ha reso non più rinviabile: «Dovevamo essere più chiari dall’inizio sugli avvisi di garanzia. Sono atti dovuti. E più cresceremo più pioveranno denunce». È quanto Grillo aveva già scritto il 17 dicembre blindando Raggi: «Ci stanno combattendo con denunce facili e avvisi di garanzia». In tale senso lo stesso Di Maio, dopo il caso Quarto, davanti al suo ufficio di Montecitorio, fu preveggente: «Siamo a un passo dal conquistare Roma – disse – vicini al governo del Paese, esiste una questione di garantismo che dobbiamo affrontare. L’obiettivo sono soluzioni caso per caso». Muraro si dice convinta che «se il post fosse uscito prima» non sarebbe stata «costretta alle dimissioni». Ma è proprio così? L’avviso di garanzia non è una condanna, ma alla fine deciderà ancora Grillo: questo è il sugo del cambio di rotta, parziale, tra i 5 Stelle che già annunciano una campagna sul Pd, per dimostrare come molti indagati dem per svariati reati, secondo il nuovo codice, sarebbero fuori dal M5S.