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 2017  gennaio 03 Martedì calendario

L’esercito globale del Califfo

L’Isis rivendica la strage al Reina compiuta, a suo dire, da un «eroico soldato del Califfato». Secondo le autorità turche potrebbe essere un cinese, appartenente alla minoranza uigura. Fatto solo apparentemente sorprendente, dal momento che da tempo militano, prima in Al Qaeda e oggi nell’Isis, jihadisti cinesi provenienti dallo Xinjiang, regione autonoma nella quale vive un’etnia turcofona e di religione islamica duramente repressa dal governo di Pechino, che ha schiacciato ogni forma di autonomismo locale classificandolo come «terrorismo separatista». Contribuendo, così, ad alimentare le frange estreme di un movimento che, ben prima dell’avvento dell’Isis, invocava la fondazione di uno stato islamico nel Turkestan orientale, l’antico nome della regione.
Del resto, pochi erano i dubbi sulla matrice dell’attacco. Non solo per la capacità militare e la freddezza dimostrata dall’attentatore, che rinvia a una consuetudine con le armi legata all’addestramento o all’esperienza combattente sul campo, ma anche alla particolare natura del bersaglio. Le formazioni curde, altro potenziale sospettato, colpiscono, solitamente, obiettivi militari o forze di polizia, rifuggendo dallo stragismo indiscriminato, controproducente per la loro già complicata causa. Da qualche tempo, poi, gli attentati dell’Isis in Turchia sono puntualmente rivendicati, certificando il passaggio ufficiale di Ankara nel campo del Nemico.
Come già il Bataclan, il bersaglio è al contempo politico e religioso. In riva alla Senna, veniva colpita non solo la «Francia crociata», accusata di «bombardare i musulmani nelle terre del Califfato», ma anche un Paese i cui valori laici e gli stili di vita erano ritenuti incompatibili con l’intransigente purismo radicale. Non casualmente il celebre locale parigino veniva bollato come luogo nel quale era in corso una «festa della perversione» al quale partecipavano «centinaia di idolatri».
In riva al Bosforo, invece, a essere colpita è la Turchia, definita «servitrice della Croce». Qui la condanna è per la scelta di campo di Erdogan passato, in nome delle ambizioni neo-ottomane, dall’appoggio di fatto alle formazioni jihadiste sunnite all’intesa con il “cristiano” (ortodosso) Putin – nella concezione del mondo islamista radicale le appartenenze sono ascrittive, date una volta per tutte, legate allo schieramento di civiltà originario e non ammettono deroghe – e con gli “apostati” sciiti di Damasco e Teheran. Insomma, alla pax con il Nemico.
Ma mettendo nel mirino il night club dove i «cristiani stavano celebrando la loro festa apostata», così recita il testo dell’Isis, gli jihadisti attaccano anche religiosamente Erdogan e l’Akp. Ai loro occhi pur sempre islamisti neotradizionalisti colpevoli di tollerare l’esistenza di luoghi come il Reina, frequentato, oltre che da stranieri, da quell’alta borghesia turca, consona a stili di vita occidentali, immortalata magistralmente ne Il Museo dell’innocenza da Pamuk. E colpevoli di tollerare ricorrenze come quelle di Natale e Capodanno, legate alla cultura cristiana. Una stigmatizzazione che sta prendendo piede in una Turchia dall’identità meno laica. Non è un caso che, proprio alla vigilia della strage il Diyanet, l’Autorità per gli affari di culto, abbia invitato i musulmani turchi, attraverso i suoi ottantamila imam ufficiali, a non conformarsi a pratiche d’importazione, come i festeggiamenti per l’imminente arrivo del nuovo anno, ritenute estranee alla tradizione religiosa e destinate a «corrompere lo spirito del popolo turco». Un segnale della progressiva reislamizzazione dei costumi imposta dall’Akp.
Colpendo il Reina e lanciando un messaggio che l’opinione pubblica occidentale fatica a scorgere, legato come è alla dimensione della lotta per l’egemonia nel campo religioso islamista, l’Isis rivendica il suo essere coerentemente, e intransigentemente, ostile a simili pratiche. Cercando di eliminarle dalla scena, «cambiando in dolore la gioia» di quanti si ostinano a perpetuare il Capodanno, definito dai seguaci di Al Baghdadi «festività apostata». Termine, quest’ultimo, che rinvia alla fuoriuscita dalla fede passibile di morte.
Una strategia di “purificazione” che ha come inevitabile corollario anche la scomparsa dei turisti in quanto oggettivi agenti della «corruzione morale». Obiettivo che consente di colpire anche il governo, riducendo ulteriormente le entrate in valuta estera in un settore, come quello turistico, già messo alle corde dal terrorismo. Il tutto mentre, uiguri a parte, il radicalismo jihadista fa sempre più proseliti locali, in un paese che il “Sultano” Erdogan pensava, sino a poco tempo fa, di poter controllare senza troppi problemi.