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 2017  gennaio 03 Martedì calendario

L’Isis ha rivendicato l’attentato del Reina: «In prosecuzione delle operazioni benedette che l’Isis svolge contro il protettore della Croce, la Turchia, un coraggioso soldato del califfato ha attaccato uno dei locali notturni più popolari mentre i cristiani festeggiavano le loro vacanze» eccetera

L’Isis ha rivendicato l’attentato del Reina: «In prosecuzione delle operazioni benedette che l’Isis svolge contro il protettore della Croce, la Turchia, un coraggioso soldato del califfato ha attaccato uno dei locali notturni più popolari mentre i cristiani festeggiavano le loro vacanze» eccetera. Testo diffuso via internet attraverso un canale ufficiale. La polizia turca dice di avere quasi identificato l’attentatore: si tratterebbe di un killer professionista di 25 anni, originario dello Xinjang cinese e membro della minoranza uigura. Non c’entra il travestimento da Babbo Natale (inesistente) e non c’entrano neanche le immagini diffuse via internet da tutti. Il tizio che si agita in quei video non avrebbe niente a che fare con l’attentato. Attraverso le varie telecamere, s’è capito che l’assassino ha preso un taxi nel quartiere Zeytinburu (parte meridionale del versante europeo di Istanbul) e s’è fatto lasciare a Ortakoi, abbastanza lontano dalla discoteca, dato che il troppo traffico lo stava rallentando troppo. In quattro minuti ha raggiunto a piedi il Reina, ed è entrato sparando contro i buttafuori disarmati. Almeno uno di questi è morto subito, come si capisce dalle telecamere. Il killer è poi salito al piano superiore e di qui ha sparato sui turisti che stavano di sotto, quindi è sceso al pianterreno e ha sparato in testa a molti uomini e donne che avevano creduto di scampare al massacro sdraiandosi in terra. Ha cambiato sei caricatori ed esploso 180 colpi. Finita la strage, s’è ritirato in cucina dove è rimasto tredici minuti. Sembra un tempo infinito, eppure il killer lo ha consumato con tutta calma pulendo la pistola, togliendosi il cappotto (che ha abbandonato sul posto incurante delle 500 lire turche che aveva in tasca) e cambiandosi i vestiti. È infine uscito dal locale, ha fermato un taxi e s’è fatto condurre per poche centinaia di metri, facendosi poi lasciare con la scusa che non aveva denaro per pagare una corsa più lunga. Da allora non se ne sa più niente, ma il vicepremier Numas Kurtulmus assicura che la polizia ha in mano le sue impronte digitali.

Che cosa sono gli uiguri?
Gli abitanti di fede musulmana e di lingua turca dell’ex Turkmenistan orientale, oggi detto Xinjiang. È una regione autonoma della Cina nord-occidentale. «Autonoma» come può esserlo una popolazione sottoposta al pugno di Pechino. Cancellata la Repubblica Indipendente del Turkestan Orientale, Pechino insediò sul posto trecentomila coloni di etnia han (il 95% dei cinesi è han), poi vi confinò i condannati politici, quindi riservò dei premi in denaro agli uiguri che sposassero han e stabilì che i figli di queste unioni sarebbero stati considerati han. Politica di sterilizzazione e aborti forzati per gli uiguri, progressivamente relegati nelle case di periferia, senza acqua, elettricità o gas. Chiusura delle scuole coraniche, sequestro dei libri scritti in uiguri, chiusura delle relative case editrici. Era inevitabile che un trattamento simile generasse un forte fondamentalismo islamico. Da qui sono fuggiti a combattere in Siria a migliaia. Prima mettendosi a disposizione di Al Nusra, poi dell’Isis.  

Perché un tizio che viene dal Nord della Cina si va a impelagare in una discoteca di Istanbul?
L’uomo è un vero professionista, e non è detto che non sia stato pagato. La sua faccia asiatica ci dice che c’entra la Siria. Erdogan, dopo aver tenuto per i ribelli anti-Assad, sta adesso con Mosca, che Assad lo vuole sul trono, magari solo temporaneamente. Questo voltafaccia è costato al presidente turco una sequenza impressionante di attentati. Anche Mevlut Mert Altintas, il poliziotto di 22 anni che il 19 dicembre ha ucciso ad Ankara l’ambasciatore russo Andrej Karlov, ha gridato mentre sparava qualcosa come: «Voi fate fuoco ad Aleppo e noi facciamo fuoco qui». La chiave di tutto è il voltafaccia di Erdogan: prima nemico di Mosca, di Assad e dell’Iran. Adesso amico dei russi e di Teheran, e non più nemico del presidente assassino Assad.  

Erdogan ha ancora in pugno il Paese?
Si è fortemente indebolito. Ma un suo rovesciamento - che a questo punto sarebbe avversato da Putin - non è alle viste.  

Gli Stati Uniti?
Completamente fuori dal gioco. Russi e turchi e iraniani si sono messi d’accordo per una tregua in vista di un vertice da tenersi a metà gennaio ad Astana, in Kazakistan. All’inizio discuteranno solo russi, turchi, siriani e forse egiziani. Poi si aggiungeranno sauditi, iracheni e giordani. Mosca ha annunciato che gli Stati Uniti saranno ammessi dopo l’insediamento di Trump. Per discutere di un accordo alla cui formulazione non hanno mai partecipato. Un’umiliazione per Obama come poche.  

Sulla Siria e l’Isis non erano in corso dei colloqui a Ginevra?
Sono ancora in corso. Si direbbe che non contano più niente.