la Repubblica, 2 gennaio 2017
Se l’Ue torna al 1917
Lo sconcerto ha preso piede in Europa. Sono ormai in discussione le certezze coltivate per decenni con gran cura. Se guardano al futuro, gli europei non vedono un progetto in grado di organizzare l’agire collettivo, né figure di dirigenti capaci di indicare la via da seguire. Il favore dell’elettorato sembra ormai riservato solo a quelli che «sanno sedurre a parole, ma impugnano un grosso randello», per citare una frase del presidente Theodore Roosevelt. Da Donald Trump a Vladimir Putin, passando per Nigel Farage o Marine Le Pen, è il momento dell’orgoglio patriottico, delle promesse protezioniste, dei proclami identitari, delle pulsioni isolazioniste e delle affermazioni di sovranità.
Jacques Delors aveva descritto una volta il progetto europeo come un Opni, acronimo di «oggetto politico non identificato». E aveva ragione. L’Europa si è costruita senza pianificare granché (dato che mai prima d’allora si era tentato qualcosa di simile) ma con alcune solide certezze sul punto di partenza e su ciò che occorreva evitare a ogni costo. Per prima cosa, i padri fondatori posero alla portata di tutti gli europei un efficace e potente specchio retrovisore: benché la forma finale del progetto non avesse contorni ben definiti (in realtà neppure i più audaci potevano azzardarsi a dire dove, quando e in quali condizioni saremmo arrivati) in caso di dubbio bastava dare un’occhiata a quello specchio, e contemplare per qualche secondo le immagini del passato. Davanti agli occhi sorgevano allora i cavalieri dell’Apocalisse europea: il nazionalismo, la guerra, i totalitarismi, il colonialismo, il razzismo genocida. E quell’immagine serviva a superare i marosi e a dare alla nave europea un nuovo impulso verso il futuro.
Oggi però sembra che lo specchietto retrovisore abbia perso la sua efficacia. Anche se finora l’astronave europea ha superato diverse fasi del suo percorso, non riesce a sfuggire alla gravità della terra. Invece di lasciarsi alle spalle il XX secolo per avviarsi quasi in sordina nel XXI, sull’onda della pax kantiana e del sogno cosmopolita, oggi deve tener testa a forze poderose che vorrebbero riportarla a terra. E poco importa se queste forze, già al comando in capitali come Londra, Varsavia, Budapest e tra pochi giorni anche Washington, siano prive di un progetto concreto: il loro potere non deriva da capacità fondate sulla ragione, bensì dall’abilità di inscenare emozioni e trasmetterle attraverso metafore semplici e pregnanti.
Oltretutto queste metafore, che variano a seconda del luogo in cui vengono formulate, sono contraddittorie tra loro: mentre ad esempio i fautori della Brexit nel Regno Unito descrivevano l’Ue come un mostro burocratico che strangola l’impresa privata e la libertà individuale, la sinistra radicale la dipinge come un progetto neo-liberista al servizio delle lobby imprenditoriali, agenti segreti della globalizzazione finanziaria. Altri ancora paragonano l’Ue alla disciolta Unione Sovietica, descrivendola come una prigione dei popoli retta da un’unica ideologia omologante, che aspirerebbe a eliminare le nazioni in cui l’Europa ha le sue radici profonde, con le sottese identità. Il fatto stesso che un’entità politica sia rappresentata contemporaneamente in tre modi del tutto diversi e incompatibili tra loro illustra bene la complessità della situazione in cui il progetto europeo è oggi impantanato, e la difficoltà per i cittadini dell’Ue di decidere da quale lato di questo triangolo cercare una via d’uscita, prima di essere inghiottiti dal vortice delle sue contraddizioni. Non serve tentare di semplificare. Se si trattasse solo della lotta tra l’Illuminismo e il male, non avremmo di che preoccuparci. Ma il nemico è potente soprattutto perché oltre ad avvalersi della capacità emotiva del romanticismo, è riuscito a catturare e tenere in ostaggio alcuni dei tesori più preziosi dell’Illuminismo: la democrazia, la libertà, l’idea di progresso. Basti vedere come la maggior parte dei partiti xenofobi e anti-europei che pullulano in Europa adottano questi concetti e li utilizzano per presentarsi agli elettori. Come spiegare a un uomo dell’epoca dei Lumi, dirottato per errore nel nostro mondo, che il modo più semplice per non sbagliare nell’urna è fuggire a gambe levate davanti a qualunque partito che prometta democrazia, libertà e progresso? Presentarsi disarmati sul campo di battaglia: ecco il dramma, ecco tutta la profondità della sconfitta degli illuministi e cosmopoliti di oggi. Anziché promettere paradisi lontani e astratti a una platea di elettori disincantati, ripetendo per l’ennesima volta, senza convinzione, le stesse formule del passato, dovrebbero riscattare le proprie idee dai loro nemici, e lottare senza quartiere per dotarle di contenuti reali. Ma per farlo dovrebbero credere in esse con convinzione almeno pari a quella simulata dai loro avversari. Siamo nel 2017, ma sembra di essere nel 1917.
(l’autore è opinionista del quotidiano El País)