La Stampa, 30 dicembre 2016
Giappone, suicida per troppo lavoro: paga il manager. La 24enne Takahashi, impiegata alla Dentsu, era costretta a fare 105 ore di straordinario al mese
«Sono le quattro del mattino, il mio corpo sta tremando. Sono così stanca che morirò». E ancora: «Mi fanno lavorare di nuovo sabato e domenica. Seriamente, voglio farla finita». Questi sono solo alcuni dei tweet che la 24enne Matsuri Takahashi ha scritto prima di suicidarsi lo scorso dicembre. Un’ultima nota per la madre: «Perché fare le cose deve essere così difficile?» e poi è saltata giù dalla finestra del suo dormitorio.
Aveva cominciato a lavorare per l’agenzia pubblicitaria Dentsu ad aprile del 2015 e quasi immediatamente era entrata nel vortice degli straordinari, più o meno cento ore in più al mese. Troppo spesso rincasava alle cinque di mattino, dopo aver lavorato ininterrottamente per un giorno e una notte. E poi, oltre il danno la beffa. Sempre su Twitter si lamentava che i suoi supervisori la prendevano in giro perché arrivava in ufficio con «i capelli arruffati e gli occhi rossi» e perché «non aveva femminilità». Lo scorso settembre un tribunale giapponese ha sentenziato quello che per i suoi familiari e amici era fin troppo evidente: il suo è stato un caso di «karoshi», morte per troppo lavoro. Mercoledì scorso il presidente e amministratore delegato dell’azienda che l’ha spremuta fino a non lasciarle più linfa vitale, Tadashi Ishii, ha annunciato le sue dimissioni: «Si tratta di qualcosa che non sarebbe mai dovuto accadere. Siamo profondamente dispiaciuti per aver fallito nel prevenire l’eccesso di lavoro dei neoassunti. Le mie più sentite scuse». Da oggi, le luci del quartier generale della Dentsu si spegneranno alle dieci di sera. Un tentativo di limitare gli straordinari in un’azienda che ha tranquillamente ammesso che i suoi impiegati continuano a lavorare 80 ore in più ogni mese.
«Il problema non è confinato alla sola Dentsu» si legge in un editoriale dell’Asahi Shimbun. «È un tema difficile che coinvolge anche la crescita morale degli impiegati, la loro produttività e i profitti aziendali». Si noti che lo stesso giornale, il secondo per circolazione nel Paese, ha ricevuto un avvertimento in materia proprio questo mese. Che di troppo lavoro si muore, infatti, l’ha ufficializzato lo scorso ottobre un libro bianco governativo uscito con l’appoggio del premier Shinzo Abe. In media in Giappone si lavora 49 o più ore alla settimana e un quinto della forza lavoro del Paese è a rischio infarto o suicidio per troppi straordinari. E si pensi che è stato proprio il Giappone a scoprire il fenomeno, a studiarlo e, dal 1987, a riconoscerlo come una diversa categoria di morte da lavoro. Nel secondo dopoguerra fu classificato addirittura come una «nuova epidemia». Si dimostrò che era impossibile per un uomo lavorare dodici o più ore al giorno per sei o sette giorni alla settimana. Anno dopo anno, l’individuo comincia a soffrire di danni permanenti, fisici e psicologici, la cui soluzione estrema è appunto il «karoshi», ovvero la morte per straordinari.
Nell’aprile del 2008 il Paese arrivò a una sentenza storica: un’azienda fu costretta a indennizzare la famiglia di un suo lavoratore caduto in coma per eccesso di lavoro. Ma ancora oggi il 23 per cento delle aziende ha impiegati che lavorano per più di 80 ore di straordinari ogni mese, mentre il 12 per cento registra straordinari per oltre 100 ore. Ormai le morti per troppo lavoro nel Paese sono centinaia ogni anno con conseguenti cause in tribunale e campagne di sensibilizzazione. Nel 2015 i famigliari di 93 morti per «karoshi» sui 96 che hanno fatto causa sono stati compensati. È un problema endemico che ha radici sociali e culturali. Ma la madre di Takahashi non si dà per vinta. A un anno esatto dalla morte della figlia ha scritto di voler «cambiare la consapevolezza di ciascun lavoratore giapponese». E a giudicare dalle dimissioni di Ishii e dal coinvolgimento dell’opinione pubblica ci sta riuscendo.