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 2016  dicembre 30 Venerdì calendario

E in Siria il Cremlino incassa la tregua: «C’è l’accordo tra ribelli e governo»

Quindici mesi dopo l’intervento armato che ha ribaltato le sorti della guerra in Siria, Putin coglie un risultato strategico che abbraccia gran parte del Medio Oriente.
Ieri mattina il Cremlino ha confermato l’accordo per una tregua generale, sottoscritto dal governo di Damasco e da sette gruppi dell’opposizione armata. Dopo quasi sei anni di guerra si profila quella «soluzione politica» cercata invano dalle Nazioni Unite. Ma è una soluzione nei termini voluti da Mosca, cioè con la permanenza di Bashar al-Assad al potere. Per riuscirci Putin si è messo d’accordo con il leader turco Recep Tayyip Erdogan. Ha dovuto concedergli le mani libere nella guerra ai curdi nel Nord della Siria e la promessa di una zona di influenza al confine. Un prezzo ragionevole, alla fine.
Il cessate-il-fuoco è scattato alle 12 di ieri notte. L’intervento di Erdogan è stato decisivo, perché il «Sultano» ha messo con le spalle al muro le principali formazioni armate, con la minaccia di toglier loro ogni sostegno politico e militare. Prima di tutto l’Esercito siriano libero (Fsa) che già combatte al fianco delle truppe speciali turche nella zona di Al-Bab, vicino ad Aleppo. Poi Ahrar al-Sham, combattenti salafiti da sempre appoggiati da Ankara ma che minacciavano di passare con Al Qaeda. E infine Jaysh al-Islam, altro gruppo salafita armato e finanziato dall’Arabia Saudita. Queste tre sigle racchiudono i tre quarti dei ribelli cosiddetti «moderati», circa 50 mila uomini. Restano fuori dalla tregua l’Isis, i jihadisti dell’ex Al-Nusra, e i loro alleati minori.
L’annuncio dell’intesa è stato dato ieri mattina dal Cremlino. Mosca ha ribadito che presto partiranno i negoziati politici per una soluzione definitiva della crisi. Si terranno ad Astana, in Kazakistan. Un luogo strategico, capitale della più importante repubblica turcofona dell’Asia centrale, ma anche più fedele alleato di Mosca nella regione. Un ruolo decisivo per la tregua è stato giocato dal presidente kazako Nursultan Nazarbayev, già padrino del disgelo fra Putin ed Erdogan e personaggio chiave nell’accordo sul nucleare iraniano. Nazarbayev sta anche mediando fra Russia e Turchia per l’ingresso di Ankara nell’Associazione euroasiatica e nel «Club di Shanghai». Questo perché la rete del Cremlino è molto più ampia e punta ad attirare la Turchia fuori da Ue e Nato e dentro l’asse russo-cinese.
Erdogan per ora si limita a sottolineare «l’opportunità storica» offerta dal cessate-il-fuoco per mettere fine a un conflitto che dal marzo del 2011 ha fatto almeno 320 mila morti. Per il leader turco il punto essenziale è aver escluso i guerriglieri curdi dello Ypg dalla tregua e di fatto averli equiparati all’Isis. L’altro successo è di aver ottenuto il ruolo di «garante» dei ribelli «moderati». In questo modo ha scavalcato Qatar e Arabia saudita, ma anche Usa e Ue. Le potenze occidentali hanno sostenuto per anni i colloqui sotto l’egida dell’Onu a Ginevra, senza risultati, soprattutto perché l’opposizione metteva al primo punto la rimozione di Assad. Ora gli Stati Uniti si ritrovano spiazzati e si limitano a definire «uno sviluppo positivo» l’accordo. Stessi toni da parte dell’inviato speciale dell’Onu Staffan de Mistura che sottolinea l’importanza di «salvare le vite dei civili e spianare la strada a incontri proficui ad Astana».
L’asse Putin-Erdogan sembra però ridimensionare anche l’Iran. Il ministro degli Esteri russo Serghei Lavrov ha invitato ai colloqui anche l’Egitto di Abdel Fatah al-Sisi. A Damasco sono sempre più insistenti le voci di un piano russo per schierare in Siria un contingente di pace arabo-sunnita, con una forte componente egiziana. Un modo per controbilanciare l’influenza turca ma anche iraniana. Teheran ha inviato in Siria decine di migliaia di combattenti sciiti libanesi, iracheni, afghani, decisivi ad Aleppo. Non è chiaro quanto tutto ciò sia gradito ad Assad. Il raiss per ora si gode la vittoria della sua tesi di fondo, cioè di essere stato l’argine contro il terrorismo assieme alla Russia, per difendere «la sicurezza dei siriani ma anche quella del popolo russo e del popolo europeo», come ha ribadito ieri. La guerra, ha avvertito, finirà solo con la distruzione di «tutti i gruppi terroristi». A partire dall’Isis ma non solo.