Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2016  dicembre 30 Venerdì calendario

Mi ritiro, anzi no: anche Veron tra i contagiati dalla nostalgia

Sono sportivi, quindi anche marinai. Ogni promessa è debito, ma per gli altri. Come si fa a lasciare l’amore della propria vita, e giurare che non ne vuoi più sapere, e resistere all’infinito senza nemmeno un ripensamento, un sussulto del cuore, soprattutto se credi di avere ancora qualcosa da dare? Non si fa, non si può. Così l’altro giorno il presidente dell’Estudiantes de La Plata, Juan Sebastian Veron, si è seduto sulla poltrona del proprio ufficio e ha offerto al suo nuovo giocatore un contratto da firmare, un ingaggio da 18 mesi. Solo che il giocatore era lui. Veron non si è mosso di un millimetro dalla scrivania, ha firmato, ha persino sorriso ai fotografi. Ebbene sì: per la gioia di chi ne ha ammirato per anni quella corsa dinoccolata, quei polpacci nudi, quella tecnica, quel temperamento, “La Brujita” torna a giocare, anche se a marzo gli anni saranno 42 e 31 mesi fa, il 18 maggio 2014, aveva giurato che quell’Estudiantes-Tigre sarebbe stata la sua ultima partita, e che avrebbe fatto solo il dirigente del club in cui era nato e cresciuto. Macché. Torna in campo. Esordio l’8 gennaio in amichevole contro il Bayer Leverkusen, poi il 12 febbraio ecco il campionato argentino dopo la sosta estiva, infine il 14 marzo inizia la Libertadores, e Veron non se la vuole perdere, anzi il sogno è di vincerla e di andarsi a giocare il Mondiale per club 2017 contro Messi (il sogno di un sacco di argentini, ma è un po’ presto per sognare).
Veron l’ha studiato bene, il ritorno. Lo aveva mascherato dietro una specie di fioretto, visto che finalmente l’Estudiantes sta per avere il suo nuovo stadio, il rinnovato “Jorge Luis Hirchi”: «Se i tifosi faranno almeno il 65% degli abbonamenti, torno a giocare». L’obiettivo è stato raggiunto, ma lui lo sapeva già, infatti è da tre mesi che si allena come un pazzo agli ordini del “profe” Leandro De Rose. Ora confessa: «Ho chiara una sola cosa: sempre sarò e mi sentirò un calciatore. Non sono mai andato da uno psicologo perché mi conosco benissimo, so quello che sento. Torno perché ho voglia di giocare, perché la sfida è dimostrare a me stesso che posso ancora competere a certi livelli. E perché non posso vedere una partita di calcio senza pensare ogni volta “io questa cosa l’avrei fatta meglio”. Mi ero ritirato perché avevo troppi dolori ma ora sono scomparsi, mi sento bene. Perché non tornare, allora?» Già, perché no? Lo hanno pensato in tanti. Anche i più grandi. Pelè lo fece più che altro per denaro: ritiratosi nel 1974, un anno dopo approdò ai Cosmos, aprendo comunque un’era, quella del calcio negli Usa. Michael Jordan invece mollò nel 1993, dopo tre titoli Nba consecutivi, per andarsene a giocare a baseball. Due anni appena e il richiamo delle sirene fu irrinunciabile, anche se i Chicago Bulls avevano ritirato la maglia numero 23: tornò, e vinse altri tre titoli di fila. Magic Johnson invece fu costretto al ritiro nel 1991 per aver contratto la sindrome Hiv, ma tornò subito, nell’All Star Game e nel primo Dream Team a Barcellona 1992, poi si fermò di nuovo, poi tornò ancora, nel 1996, ingrassato ma pur sempre Magic: come per Jordan, era anche il basket che non poteva fare a meno di lui, mica solo il contrario. Nemmeno Niki Lauda riuscì a ritirarsi davvero, quando annunciò l’addio all’automobilismo nel 1979: dopo tre anni era di nuovo in pista, e nel 1984 rivinse il Mondiale, per mezzo punto su Alain Prost. Il genio non invecchia, semmai si addormenta, poi rispunta, carsico, inesorabile: come quello di André Agassi, che molla il tennis per consunzione psicofisica nel 1997, ma nel 1999 trionfa al Roland Garros, dove non aveva mai vinto; a Bjorn Borg non andò così bene, perché dopo il ritiro a 26 poi tentò il ritorno dieci anni dopo, ma più per bisogno che per scelta. George Foreman invece aveva conservato la castagna, anche due lustri dopo aver lasciato il pugilato per fare il pastore di anime, così a 45 anni tornò campione del mondo dei massimi. Ma il più leggendario, almeno in terra d’Albione, è stato il mitico Steve Redgrave. Ad Atlanta 1996 vince il suo quarto oro olimpico nel canottaggio, esce dall’acqua e dichiara: «Se mi vedrete ancora vicino a una barca, vi autorizzo a spararmi un colpo». Quattro anni dopo, a Sydney 2000, vincerà il suo quinto oro. Come si fa a sparare a uno sportivo, a un marinaio, a un innamorato?