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 2016  dicembre 30 Venerdì calendario

Fisher-Reynolds, una storia familiare tra successo e dolore

La morte a distanza di poche ore di Carrie Fisher e Debbie Reynolds è un dramma che commuove il mondo e nello stesso tempo rinsalda il mito hollywoodiano. La madre che muore di dolore mentre prepara il funerale della figlia sembra una storia uscita da un film di Douglas Sirk, e le rispettive vicende esistenziali appartengono alla mitologia della Hollywood Babilonia, dove lo splendore della superficie non riesce a nascondere le miserie delle fondamenta. Hollywood si ciba di tutto, anche della tragedia e del dolore, e nulla eccita maggiormente delle storie familiari di tradimenti e abusi: queste due morti riportano alla mente i rapporti tra altre madri e figli celebri come Cheryl Crane, che uccise il gangster Johnny Stompanato, amante della madre Lana Turner; e Christina Crawford, che raccontò nel devastante Mammina Cara il rapporto con la madre Joan.
Ma il dolore espresso oggi a Hollywood non si può rubricare unicamente come ipocrisia o scelta di mercato: i sentimenti di compianto sono autentici, anche quando nascono dalla necessità di autocelebrarsi per tenere in vita il mito e la stessa ragion d’essere della fabbrica dei sogni. La vita di queste due star è stata sotto i riflettori sin da quando erano giovanissime: Mary Frances Reynolds (il nome Debbie glielo impose Jack Warner in persona) divenne una diva a soli diciannove anni, quando interpretò, benissimo, Singin’ in the rain. E Carrie divenne celebre prima ancora che cominciasse a recitare, come frutto dell’amore della madre ed Eddie Fisher, il crooner che lasciò la Reynolds per la sua migliore amica, Liz Taylor. Era stata proprio la Reynolds a suggerire a Eddie di consolare Liz dopo la morte del marito Mike Todd, e quando scoprì che i due erano diventati amanti, ebbe un crollo psicologico, dal quale riuscì a rimettersi solo dopo quaranta anni, quando si riappacificò con l’amica a bordo del Queen Elizabeth, e dichiarò che non poteva prendersela con il marito se l’aveva lasciata per la donna più bella del mondo: altro materiale perfetto per rinsaldare il mito hollywoodiano.
All’epoca lo scandalo dominò le prime pagine di tutti i tabloid e mise in crisi la carriera di Fisher, al quale fu sospeso uno show televisivo. Ed ebbe effetti devastanti sulla psiche di Carrie, che visse in maniera contraddittoria il rapporto con Hollywood: non rinunciò mai ai privilegi, ma si abbandonò a tutti gli eccessi, a cominciare dall’alcool e le droghe.
Diverso da questo punto di vista l’itinerario di Debbie, che rispettò con maggiore attenzione le apparenze della fabbrica dei sogni: una scelta di ruoli oculata, altri due matrimoni con altrettanti miliardari, e un grande impegno per la beneficenza e la preservazione delle pellicole hollywoodiane. È stata Debbie, più esperta dei meccanismi dello star system, a tentare di volgere in narrazione drammatica le peripezie della figlia: Wishful drinking, lo spettacolo teatrale con cui Carrie raccontava il suo alcoolismo e i disastri sentimentali, nasce da questa riflessione, ed è stata sempre Debbie ad avere l’idea di realizzare Bright lights, un documentario per la HBO che la immortala con lei, e These Old Broads, nel quale appare persino insieme a Liz Taylor.
Quando Carrie pubblicò l’autobiografico Cartoline dall’inferno, Debbie ne soffrì in silenzio, ma decise di trasferirsi nella villa accanto alla figlia, della quale conosceva le angosce più profonde. Soltanto l’epilogo struggente di queste due vite segnate dal successo e dal dolore ci riconsegna una dimensione autentica, che allontana, almeno per un attimo, la massima hollywoodiana “the show must go on”.