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 2016  dicembre 30 Venerdì calendario

Il lato oscuro dello zar

Nella storia della guerra di spie soltanto il governo britannico aveva inferto al Cremlino un colpo più duro di Barack Obama quando, nel 1971, aveva espulso 105 sovietici da varie missioni a Londra.
Erano stati denunciati come spie dal disertore del Kgb Oleg Lyalin. Il quasi ex presidente americano, con questa teatrale scelta, degna degli anni più gelidi della guerra fredda, si è tolto più di un macigno dalle scarpe.
Innanzitutto nei confronti del suo successore, che non ha mai nascosto la sua ammirazione verso Putin e ha nominato segretario di Stato un uomo decorato dal Cremlino per la sua amicizia con la Russia. Ora per Putin sarà impossibile non reagire e per Trump sarà molto complicato ricucire. E nell’immaginario collettivo americano, soprattutto tra gli elettori del presidente eletto, la Russia resta ancora l’Impero del Male di reaganiana memoria. Ma Obama si è anche vendicato delle umiliazioni che Putin gli ha inferto, ultima quella dell’esclusione degli Usa dal tavolo delle trattative per la pace in Siria, per non parlare della manifesta amicizia verso un arcinemico di Obama, Bibi Netanyahu.
Obama ha colpito duro anche perché sa che Putin, che appare così vincente sul piano internazionale, attraversa un momento di debolezza sul fronte dei consensi interni per la recessione che colpisce soprattutto le classi medio basse. La tragedia del Tupolev Tu 154, inabissatosi nel Mar Nero con il coro dell’Armata Rossa, ha gettato una luce sinistra sul lato oscuro di quello che l’Economist ha definito “The Putinism”: l’arretratezza tecnica ed economica ereditata dall’Unione Sovietica e mai superata neppure negli anni del boom di inizio secolo, che ha arricchito una minoranza di oligarchi e lasciato povera come prima la maggioranza della popolazione.
C’è una stridente contraddizione, che i media sempre più controllati e asserviti nascondono e manipolano, tra la retorica della resuscitata superpotenza militare e politica e le convulsioni di una società civile dissestata, alla quale lo Stato non sa (e forse neppure vuole) garantire sicurezza sociale, progresso tecnico e salari decorosi: la piaga dell’alcolismo, che ieri come oggi coinvolge milioni di persone, è la spia più vistosa della disperazione quotidiana. Putin è davvero riuscito a ricreare l’Urss, la cui fine aveva definito «la più grande tragedia della Storia». Nel bene, ma soprattutto nel male.
La Russia è tornata a ricoprire il ruolo di attore protagonista sulla scena internazionale, soprattutto in Medio Oriente, grazie in particolare alla guerra in Siria. Ma a tutto ciò che brilla nel mondo esterno fa da contrappunto il nero tenebra sul piano interno, che il Cremlino nasconde come polvere sotto un tappeto che i media si guardano bene da sollevare. Come accadeva ai tempi dell’Urss, capace di battere gli americani nella corsa spaziale, ma incapace di evitare un’epidemia di colera nelle colonie estive (accadde nell’estate del 1970) o di impedire che la gente comune morisse di setticemia negli ospedali. In agosto di quest’anno tre bambini sono morti in Siberia per un’epidemia di dissenteria che ha colpito alcuni campi estivi di vacanze.
L’incidente del Tu 154, la cui responsabilità viene attribuita addirittura al carburante scadente, è emblematico. Da quando è entrato in servizio alla fine degli anni Sessanta il Tupolev ha totalizzato 110 incidenti, che hanno ucciso 3.100 persone: una strage. Il 6,7 percento dei velivoli di quel modello è andato in pezzi per le più svariate cause tecniche: una percentuale enorme (il Boeing 737, il più assimilabile, non è arrivato al 2 percento dal 1966 a oggi). Ma l’ente russo che sovrintende l’aviazione civile non ha mai ritenuto di mettere a terra tutti i Tupolev rimasti in circolazione (una cinquantina) nonostante le palesi deficienze nella sicurezza. Non ci sono risorse, né controlli per tutto ciò che non attiene all’immagine di “grandeur” che Putin vuole proiettare nel mondo. Neppure il carburante è di decente qualità.
Poco tempo prima che il Tu 154 si schiantasse subito dopo il decollo, 71 persone erano morte a Irkutsk, in Siberia, per aver ingerito, come sostituto della vodka, confezioni di schiuma da bagno con una forte componente alcolica. Ai tempi dell’Urss era una pratica abituale, come mi era capitato di constatare di persona quando un dissidente, al quale avevo rifiutato un bicchiere di vodka perché era un noto alcolista, svuotò di soppiatto la bottiglietta di dopobarba che tenevo in bagno. Il sapone liquido di Irkutsk costa 70 rubli (meno di un euro), molto meno non solo della vodka venduta nei grandi magazzini (190 rubli), ma perfino di quella contraffatta che si trova al mercato nero al prezzo di 100 rubli a bottiglia. Ma, secondo statistiche stilate da un centro russo di ricerca sul mercato degli alcolici, ci sono in Russia tra i 10 e i 12 milioni di alcolisti che non possono permettersi neppure la vodka contraffatta. E allora bevono qualunque cosa abbia un contenuto alcolico, anche la schiuma da bagno: come è accaduto a Irkutsk. Il primo ministro Dmitry Medvedev ha definito l’accaduto “una tragedia degna degli anni Novanta”. Appunto, come ai tempi cupi subito dopo la fine dell’Unione Sovietica.
Quegli anni torbidi del primo Eltsin sembrano essere tornati, dopo il relativo boom economico dell’inizio del secolo. Il calo del prezzo del petrolio ha dato il colpo di grazia a un’economia sclerotizzata dalla mancanza di riforme strutturali. Dal 2013 a oggi il numero di persone che vivono sotto la soglia di povertà è salito da 15,5 a 21,4 milioni, il 14,6 percento della popolazione (secondo gli esperti il numero sarebbe ancora più alto se venissero adottati i criteri di misurazione usati nei Paesi europei). La rinazionalizzazione è stato l’unico rimedio adottato per riportare soldi nelle casse dello Stato. Chi ha osato obiettare è finito male: come il ministro dell’Economia Aleksej Ulyukaev, accusato di corruzione. In realtà si era opposto all’acquisto della compagnia petrolifera Bashneft da parte di Rosneft, gestita da Igor Sechin, l’ex collega di Putin nel Kgb e poi suo braccio destro al Cremlino, diventato il boiardo più potente della Russia e grande amico di Rex Tillerson, il boss di ExxonMobil scelto da Trump come segretario di Stato.
Secondo le statistiche più aggiornate, il contributo delle aziende statali al Pil russo è salito dal 35 percento del 2000 al 70 percento di oggi. «La Russia ha una sorta di capitalismo di Stato come quello che Lenin criticava più di un secolo fa», ha scritto in un recente saggio l’economista Boris Grozovsky. Ma nonostante la risalita del prezzo del petrolio le previsioni di crescita dell’economia russa non superano l’1,5 percento annuo almeno fino al 2030. Di pari passo, il numero degli alcolisti che bevono schiuma da bagno, o di bambini che muoiono per epidemie di dissenteria, o di voli interni che si schiantano per il cattivo carburante continuerà a salire. La Russia di Putin è destinata ad essere “una superpotenza sottosviluppata”, come si diceva dell’Urss di Breznev negli anni settanta?