Corriere della Sera, 30 dicembre 2016
Perché per il Guardian Fabio Pisacane è il calciatore dell’anno
Superare le avversità con coraggio: fatto. Essere un esempio di onestà: fatto. Aiutare gli altri: fatto. È per questa tripletta esistenziale che Fabio Pisacane è diventato una storia mondiale ed è stato eletto dal quotidiano inglese The Guardian il calciatore dell’anno 2016. Il premio, alla sua prima edizione, intende riconoscere il cuore più che i piedi, la testa più che i trofei, la forza interiore più che la fama mondiale. E, secondo i giudici, nessuno come il 30enne difensore del Cagliari racchiude in sé tutte queste caratteristiche.
Una tesi incontestabile. A 14 anni, quando era nelle giovanili del Genoa, Fabio viene colpito dalla sindrome di Guillan-Barré. Il ragazzo si sveglia una mattina completamente paralizzato, viene intubato per una crisi respiratoria e trascorre tre mesi e mezzo in ospedale, inclusi venti giorni in coma, prima di avviare una lenta e faticosa rinascita. «Una cosa così ti può mandare fuori di testa – racconta Pisacane al Guardian —. Ho anche pensato che non avrei più giocato a calcio». Lotta ferocemente aiutato dalla famiglia, vince la sfida e elabora una morale chiara: «Mai pensato che il male mi volesse uccidere; solo che intendesse trasmettermi qualcosa di buono».
E infatti riprende a giocare fra C1 e B a Ravenna, Cremona, Lanciano, Ancona. Poi nel 2011, quando è a Lumezzane, viene avvicinato dal d.s. del Ravenna, Giorgio Buffone, che gli offre 50 mila euro per truccare il match e far vincere il Ravenna. «Gli ho sbattuto il telefono in faccia e ho denunciato tutto». Il dirigente viene inibito per 5 anni, Fabio diventa famoso. Con i pro e contro del caso. Il pro è che il c.t. dell’Italia Prandelli lo invita a un allenamento della Nazionale con il collega Simone Farina, autore dello stesso gesto. Sono i simboli contro il calcioscommesse. Tuttavia Pisacane apprende un’altra lezione: «Non sempre fare la cosa giusta ti aiuta a vivere meglio. Quello che conta però è solo la tua coscienza...».
La terza tappa di una vita fuori dall’ordinario è, finalmente, solo calcistica. Pisacane va alla Ternana e, da capitano, festeggia la promozione in B. Poi, dopo due anni ad Avellino, arriva a Cagliari: prima conquista la promozione in A, poi il 18 settembre scorso realizza il suo sogno esordendo nella massima serie in Cagliari-Atalanta. A 30 anni, dopo tutto questo remare e soffrire e inseguire, il minimo che possa fare è piangere di gioia davanti alle telecamere. E così ritorna famoso: «Ma non sono arrivato perché avevo più talento degli altri. Avevo solo più passione».
Oggi lo chiamano il «Fighter» e molta di questa forza, spiega lui, ha radice nel suo luogo di nascita: Napoli, Quartieri Spagnoli, un posto «dove molti miei vecchi amici hanno preso la strada sbagliata e sono morti ammazzati». Cresciuto a fianco della Camorra, «una volta stavamo giocando e a 5 metri da noi hanno ucciso una persona. Ci siamo fermati un attimo, poi abbiamo ripreso. Da quelle parti, fatti così erano normali». Per questo ha creato a Napoli un’associazione di volontariato, Pisadog, che aiuta i ragazzi più poveri a giocare a pallone. È l’ultimo dei suoi tre gol da premio anche se Fabio, difensore nella pelle, non lo vede così: «Io sono solo un tipo semplice e umile. Onestamente, non ho mai pensato di essere un esempio per nessuno». Forse anche per questo lo è diventato.