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 2016  dicembre 30 Venerdì calendario

Voci dal laboratorio del doping russo

«Sarà un pomeriggio da incubo. Devo ripulire i file di due calciatori strafatti di cannabis: la Lega vuole a tutti i costi farli giocare subito. Uno di questi geni è anche alcolizzato. Poi ho tre sollevatori di pesi imbottiti di ostarina. Li metto in quarantena ma qualcuno deve pur spiegare ai loro tecnici di andarci piano con gli estrogeni pesanti!». Grigory Rodchenkov, classe 1958, dal 2005 al 2014 direttore del laboratorio Antidoping di Mosca: biochimico di prim’ordine, burocrate ligio alle direttive ma anche uomo di fine umorismo. Per almeno cinque anni (dal 2009 a tutto il 2014) il suo unico compito è stato «ripulire» i campioni biologici di migliaia di atleti russi dopati. Truccandoli con sale e caffè, diluendoli con pipì pulita, distruggendo prove, registrando dati inventati di sana pianta nei passaporti biologici. Ma anche tirando le orecchie ad allenatori e dirigenti incapaci di dosare i farmaci con la prudenza (dopante) che lui predicava sempre.
«Serve una finta autorizzazione»
Le giornate di Rodchenkov in laboratorio erano tutte uguali: riceveva via mail referti agghiaccianti e rispondeva a stretto giro di posta con indicazioni sul da farsi, tenendo aggiornato Alexey Velikodniy, vice ministro dello sport e suo referente politico. Questo lo metti in malattia, a quest’altro serve una finta autorizzazione terapeutica, a quello abbassi di due punti il testosterone. Nell’imminenza di Londra 2012 e Sochi 2014 il lavoro del dottor Rodchenkov si fa frenetico. C’è il rischio d’ispezioni a sorpresa e, uscendo dall’orbita rassicurante del laboratorio di Mosca, quello di mandare in giro kamikaze farmacologici. «Io non so davvero – scrive nel 2014 – con che coraggio spediremo a Rio questi svitati del sollevamento pesi. Sono troppo fuori controllo. Ho trovato ftalati (residui plastici di sacche per le trasfusioni, ndr) nelle urine. Ma a chi è venuto in mente di fare trasfusioni a questi fottutissimi pesisti?». Rodchenkov non solo ripulisce i guai lasciati da chi si dopa male, ma continua a sperimentare nuovi metodi per dopare senza lasciare traccia. Ad esempio usando tre cocktail di steroidi tagliati con l’alcool di cui solo i recenti riesami disposti dal Cio sui campioni di Sochi hanno rilevato l’uso. «Per scoprirli – scrive Rodchenkov a una collaboratrice nel 2013 – la Wada dovrebbe fare almeno tre controlli fuori competizione di seguito».
«Tutti in quarantena!»
Rodchenkov, però, manifesta una sua personale etica del doping e di fronte a certe esagerazioni s’indigna. Il 21 dicembre 2013 arrivano i referti di un controllo interno sui lottatori della greco-romana: positivi a dieci steroidi diversi. «Tutti in quarantena – strilla Rodchenkov – ma sono degli irresponsabili ormai fuori controllo!». La «quarantena» è una sorta di temporaneo «digiuno» dal doping di cui lui decideva i tempi. Fuori controllo, alla vigilia di due prove di Coppa del Mondo in Germania e Italia nel dicembre 2013, sono anche le nazionali maschili di biathlon per parametri ormonali sballati. «Almeno le ragazze – scrive Rodchenkov a Velikodniy – vanno fatte sparire dai campi di gara per evitare che smascherino i casini di tutto il laboratorio». I giocatori di hockey ghiaccio, oltre al doping tradizionale, sono imbottiti di marijuana. «Questo idiota – si arrabbia Rodchenkov riferendosi a un giovanissimo talento – è appena tornato dagli Stati Uniti. Lì non si sarebbe mai fatto una canna per non finire in galera. Ce lo dobbiamo beccare noi?».
Nel maggio del 2014 il professor Rodchenkov riceve le analisi effettuate a Navagorsk, a un raduno della nazionale under 18 di atletica. È abbattuto: «I tecnici dell’atletica – scrive a Velikodniy – vanno radunati per una solenne lavata di capo. Hanno perso ogni ritegno anche con i ragazzini». Indignazione anche per i test di un giovanissimo campione russo di calcio, in partenza per gli europei giovanili, che oscilla tra steroidi e coca: «E questa sarebbe una promessa? Prendetelo a schiaffi e mettetelo subito fuori squadra!».
Durante una visita al laboratorio di Colonia, Rodchenkov si rende conto che ci sono sospetti sull’intera squadra di pattinaggio e scrive subito al ministro: «Alex, siamo sull’orlo di una catastrofe. C’è una nuova droga che stanno prendendo tutti i pattinatori. Chi diavolo gliela fornisce? E abbiamo un’intera squadra di irresponsabili del calcio in casini simili».
«Chi gli passa l’ormone?»
E poi la paura per il team di bob, nell’imminenza dei Giochi di Sochi: «Abbiamo trovato GHRP-6 in un bobbista. Ma chi gli passa l’ormone della crescita? Questa è una bomba piazzata sotto i pavimenti del laboratorio. Manda un segnale a tutti, digli di frenare o esplodiamo!». Insomma, il doping di stato per molti non è abbastanza: tecnici e atleti si affidano al fai da te disperato. L’esplosione è questione di settimane. Subito dopo la trionfale Sochi (Rodchenkov riceve il titolo di cavaliere da Putin in persona per meriti sportivi) il chimico moscovita prima si dimette e poi chiede e ottiene asilo politico negli Usa, diventando la gola profonda dell’Agenzia mondiale antidoping (Wada) che col suo fondamentale aiuto smaschera provetta dopo provetta il sistema.