Corriere della Sera, 30 dicembre 2016
L’ora della «pax putiniana». Se lo zar ridisegna la Siria
In una crisi dove nessuno degli schieramenti prevale l’unica svolta può arrivare dalla rottura di questo equilibrio. Ed è ciò che è avvenuto in Siria per mano di Putin, vero protagonista. Il presidente russo ha annunciato l’accordo di tregua, a partire dalle 24 di ieri, sottoscritto da parte della ribellione e dal regime. Come previsto rimangono fuori i qaedisti, l’Isis e – ingiustamente – i curdi siriani Ypg. L’intesa, se reggerà, porterà a futuri negoziati ad Astana, Kazakistan, sotto l’ombrello di Russia-Iran-Turchia.
Molti i fattori che hanno determinato la novità. La prima breccia è giunta con la sconfitta dei ribelli ad Aleppo Est, piegati dai colpi devastanti dei russi, degli iraniani (con i loro vassalli sciiti), dei lealisti. Una spallata parte della campagna lanciata un anno fa dal Cremlino. Non contro l’Isis, ma contro i principali avversari di Assad. Ha funzionato. I tank non sarebbero bastati se non ci fosse stato un altro sviluppo. Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha staccato in parte la spina a quelle brigate ribelli che ha a lungo appoggiato. Inoltre ha costretto altre a ripiegare da Aleppo verso nord per partecipare alla missione contro curdi e Isis. Dicono anche che abbia minacciato di tagliare i fondi agli insorti per obbligarli ad accettare il cessate il fuoco.
Alla perenne ricerca di un ruolo, il leader turco ha virato verso la Russia offrendosi come garante. Putin, che lo aveva dipinto come il burattinaio occulto dello Stato Islamico, lo ha accolto in nome del pragmatismo. Lo zar ha ampliato il ruolo nello scacchiere evitando di rischiare più del dovuto. E dunque ha provato a ridisegnare la mappa del conflitto con l’intento di stabilire zone di influenza.
Per farlo ha ingolosito Erdogan offrendogli – vediamo per quanto tempo – la gestione di una fascia nel nord della Siria. Il turco ha preso la carta riducendo, in cambio, la rete in favore dei ribelli. Quindi la giocata contro le posizioni Isis ma soprattutto per affossare un Kurdistan indipendente. Iniziativa accompagnata da tirate feroci contro gli Stati Uniti trattati come nemici, dal rullo di tamburi, ma anche da perdite notevoli per l’esercito di Ankara nel nord della Siria.
L’altra manovra di Mosca, che ha coinvolto sempre i turchi, ha riguardato gli insorti siriani. Ora dovranno scegliere se seguire la trattativa o spostarsi sulle posizioni estreme delle fazioni islamo-radicali, come la ex Al Nusra. Restare all’opposizione può significare bombe e cannonate, entrare nel dialogo può marcare la fine del sogno. C’è rischio di scontri fratricidi. Nel contempo, però, è significativo che Mosca abbia «aperto» a formazioni che fino a ieri erano bollate come terroristiche, un’evoluzione non da poco. Tra gli accettati dai russi ci sono persino Ahrar al Sham e Jaysh al Islam, formazioni non certo laiche. Un capovolgimento rispetto alla posizione ufficiale che per anni ha considerato come interlocutori solo personaggi di facciata, per niente rappresentativi.
La lezione è che tutti pagano un prezzo. Compreso Assad. Ieri ha tuonato che la guerra finirà quando saranno piegati i terroristi. Frase consueta pronunciata però mentre si parla di stop alle armi. Perché teme, un giorno, di dover lasciare la poltrona. Nel piano di Mosca (ma non condiviso in toto da Teheran, molto defilata) i lealisti devono badare al controllo della parte costiera e della città. Il raìs potrebbe essere sostituito, in futuro, da figure più accettabili nell’ambito di un processo di riconciliazione da costruire. È un’ipotesi concreta o un gesto cosmetico?
In questo mosaico ci sono poi tre tasselli che ballano. Il primo è quello americano. Obama è il grande sconfitto. Voleva tenersi lontano dal fuoco, ha alimentato con il freno a mano parte degli insorti, ha tentennato. Alla fine lo hanno lasciato fuori. Anche perché è giunto al termine del mandato e il successore Donald Trump ha detto di volersi coordinare con l’amico Putin. Posizione che ha reso ancora più cupo l’orizzonte dei ribelli siriani che contavano sul successo della Clinton. Hanno compreso che da Washington sarebbe arrivato ben poco. Il secondo è rappresentato dai curdi. Ospitano due avamposti americani, agiscono in sintonia con gli Stati Uniti, ma hanno contro tutti (o quasi) gli attori regionali nonostante siano stati i più decisi contro i jihadisti. Ieri hanno rilanciato la bozza di uno Stato federato in Siria.
Il terzo quadro racchiude lo Stato Islamico. È radicato nel Nord-Est, può sfruttare il momento cercando di inglobare i delusi dalla pax russa.