Corriere della Sera, 30 dicembre 2016
Dal Ponte delle spie alla guerra digitale
Le prove decisive che inchiodarono Aldrich Ames le trovarono nel bidone della spazzatura dietro casa sua. Era il 1994 e da quasi un decennio l’uomo che guidava il controspionaggio nella cruciale sezione «sovietica» della Cia aveva passato ai russi ogni possibile documento top-secret, compresi i nomi di almeno 10 talpe che lavoravano per gli americani dentro l’Urss. I suoi servigi, Ames li aveva offerti recandosi personalmente all’ambasciata sovietica di Washington.
Era stato un po’ più complicato per Adolf Tolkhacev, l’ingegnere elettronico che lavorava in un istituto militare aeronautico a Mosca, agganciare gli americani. Per mesi, aveva disseminato pizzini nelle auto di diplomatici statunitensi di stanza nella capitale sovietica. Ma nessuno lo aveva preso sul serio. Quando lo fecero, scoprirono una miniera: fu Tolkhacev a rivelare che i radar dell’Urss non potevano tracciare i missili Cruise quando volavano a bassa quota. Tra il 1979 e il 1985 la Cia versò a Tolkhacev più di un milione di dollari, ma soprattutto gli regalò centinaia di dischi dei Led Zeppelin, Genesis, Clash e Police, di cui il figlio era appassionato. Fu probabilmente proprio Ames a scoprirlo, decretandone la condanna a morte.
Era fatto soprattutto di cose fisiche, lo spionaggio al tempo della Guerra fredda. Era il mondo senza smartphone. Invece c’erano talpe, agenti e assassini. Le spie scambiate sopra i ponti. Vite doppie e triple. Barbe finte e cimici. Valigie col doppio fondo e fotocamere miniaturizzate e armadi con le stazioni radio. C’erano agenti in sonno per decenni, vite banali ed anonime, pronti a essere attivati in ogni momento. C’erano perfino gli agenti Romeo, frutto della mente creativa dello spymaster tedesco-orientale Markus Wolf, autentici sciupafemmine del socialismo reale, specializzati nel far innamorare le segretarie dei ministeri di Bonn.
Gli oggetti del desiderio, dall’una e dall’altra parte della Cortina di ferro, erano cose materiali: documenti cartacei e microfilm e cassette. Almeno fin quando funzionò, Mosca fece leva sul fascino residuo dell’ideologia comunista. Fu così per il Manhattan Project, quello che portò alla costruzione della prima bomba atomica, i cui segreti furono svelati ai sovietici da una rete di scienziati e tecnici tutti motivati politicamente, da Klaus Fuchs a Bruno Pontecorvo e più tardi a Julius Rosenberg. Ma già alla fine degli anni Sessanta, era solo per soldi che il Kgb e compagnia bella riuscivano a manovrare le loro spie. Sullo sfondo del grande scontro ideologico, la Cia montava le sue campagne all’estero: finanziava i partiti anti-comunisti nelle elezioni italiane del 1948, addestrava i ribelli anti-castristi che sbarcarono senza successo nella Baia dei Porci a Cuba nel 1961, orchestrava il golpe contro Allende del 1973 in Cile. E contava spesso sul proprio vantaggio tecnologico; come nel 1974, quando investì oltre 800 milioni di dollari sul Progetto Azorian, una missione per recuperare codici di trasmissione e tecnologia nucleare da un sottomarino sovietico sul fondo dell’Oceano Pacifico.
Ma era sempre una guerra fatta di cose concrete: come il tunnel segreto, che negli Anni Ottanta l’Fbi e la Nsa scavarono sulla Wisconsin Avenue, a partire dal giardino di una villetta di Georgetown, proprio di fronte all’edificio dell’ambasciata sovietica (oggi russa) di Washington: serviva a intercettare le comunicazioni dei diplomatici di Mosca. Dall’altra parte, rimane celebre il gesto (unico, irripetibile e quasi surreale con il senno di poi) di Vadim Bakatin, uno degli uomini della perestrojka, il quale, nominato capo del Kgb nel 1991 dopo il golpe d’agosto, si presentò all’ambasciata americana con una piantina che mappava tutte le cimici poste nei muri al momento della costruzione dagli operai russi «istruiti» dall’agenzia: «Questa può interessarvi», disse laconico.
Oggi, domina l’immaterialità della rete, la guerra cibernetica che lascia tracce labili e raramente offre pistole fumanti. Che ci sia stata una manina russa nelle elezioni americane è certo. Ma vaghi restano i contorni, ambigui gli obiettivi. È sempre stato un mondo di ombre, quello dell’intelligence. Ma dietro le ombre oggi ci sono la realtà virtuale, gli avatar, gli algoritmi. Solo le contromisure non cambiano: sanzioni, espulsioni. Su questo, la grammatica dei rapporti fra Mosca e Washington è ferma alla Guerra fredda.