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 2016  dicembre 30 Venerdì calendario

Ombre cinesi sulla domanda globale di petrolio

Non c’è solo lo shale oil, ma anche la Cina tra i potenziali fattori ribassisti che potrebbero fermare la corsa del petrolio. A soli tre giorni dall’avvio dei tagli di produzione di Opec e Russia – formalmente in vigore da Capodanno – Pechino ha tagliato le ali alle raffinerie indipendenti, le cosiddette «teiere», che nel 2016 sono state una delle maggiori forze a sostegno della domanda globale di greggio: le società private, riferisce la Reuters, non hanno ricevuto nessuna quota di esportazione di prodotti petroliferi per il 2017.
Quella appena assegnata è solo una prima tranche di quote e il governo cinese nei prossimi mesi potrebbe anche correggere la rotta. La decisione, tuttavia, rischia di avere ripercussioni di vasto raggio. Le «teiere» infatti – autorizzate per la prima volta solo quest’anno a rifornirsi direttamente di greggio – sono state responsabili di oltre il 90% della crescita delle importazioni cinesi: un contributo non da poco, visto che tra gennaio e novembre Pechino ha acquistato all’estero una media di 7,5 milioni di barili al giorno, con un incremento di ben 925mila bg – ossia del 14% – rispetto al 2015.
Le licenze per l’importazione di greggio, almeno per ora, non sono state revocate. E le «teiere» non sono state finora grandi protagoniste nell’export di prodotti raffinati. Ma il governo non è stato generoso neppure con le compagnie statali: i quattro big ai quali ha riservato le quote – Petrochina, Cnooc, Sinopec e Sinochem – potranno esportare appena 12,4 milioni di tonnellate di carburanti (di cui il 42% di gasolio e il 30% di benzine) contro i 20,54 milioni concessi con la prima tranche di quote del 2016.
Per l’anno appena trascorso erano state concesse quote per 46,08 milioni di tonnellate (+80% rispetto al 2015), che probabilmente sono state utilizzate per intero o quasi: in undici mesi la Cina ha riversato sui mercati internazionali 43 milioni di tonnellate di carburanti, con un aumento del 35% dall’anno scorso.
Il giro di vite sulle «teiere» potrebbe continuare: i controlli fiscali e ambientali sugli impianti si sono già fatti più severi. E non è escluso che anche le licenze per importare greggio possano essere riviste, in un momento in cui sulla domanda petrolifera globale incombono già altre minacce.
Le promesse dell’Opec hanno già fatto correre il prezzo del barile, con un rialzo di quasi il 50% quest’anno che ha portato il Brent oltre 56 dollari. Un rincaro che ha portato molti analisti a temere che la stessa Cina possa anche rallentare – se non interrompere del tutto – l’accumulo di scorte, sia commerciali sia statali. I siti di stoccaggio per le riserve strategiche, con una capienza stimata di 400 milioni di barili, sono peraltro probabilmente già stati riempiti, osservava fin dall’estate scorsa JpMorgan, con acquisti che quest’anno sono stati raddoppiati.
L’effetto congiunto di una frenata delle «teiere» e dell’accumulo di scorte rischia di ridurre di oltre il 60% il tasso di crescita delle importazioni cinesi, secondo il consensus degli analisti di Bloomberg.
Il rincaro del greggio peraltro è acuito dal rafforzamento del dollaro, legato alla stretta monetaria della Fed. Lo yuan è da poco sceso ai minimi da oltre 8 anni, ma il problema riguardamolti Paesi emergenti, che hanno finora contribuito a trainare la domanda di petrolio: le valute deboli rendono la bolletta energetica ancora più salata e i debiti (spesso in dollari) stanno diventando più onerosi.