Il Sole 24 Ore, 30 dicembre 2016
La Russia torna in scena nel Medio Oriente
La tregua siriana è la carta diplomatica più importante che si gioca Putin dal ’99 quando da premier dichiarò, riferendosi alla Cecenia: «Perseguiteremo dappertutto i terroristi e, mi perdoni l’espressione, li butteremo dritti nel cesso».
La guerra in Siria sarebbe esplosa 12 anni dopo ma già allora il Medio Oriente era considerato da Mosca l’antemurale delle sue difese nel Caucaso.
L’accordo con Turchia e Iran, cui hanno già aderito alcune fazioni combattenti, verrà presentato al Consiglio di sicurezza e Mosca lascia intendere che la porta è aperta agli Stati Uniti, forse non quelli di Obama ma di Trump. Putin di Erdogan si fida poco e punta a un negoziato con gli Usa.
Il messaggio è chiaro: la Russia non vuole restare in forze sul campo di battaglia più di quanto necessario, anche se naturalmente continuerà a difendere il bottino strategico di questa guerra, ovvero Latakia, unica base aerea di Mosca nel Mediterraneo. La Russia non dimentica la lezione dell’Afghanistan, quando l’Unione Sovietica restò inchiodata dai mujaheddin fino al ritiro nel febbraio 1989.
La presenza permanente della Russia in Siria è salvaguardata dall’accordo di ottobre con il regime di Assad, che non viene messo in discussione nei negoziati con l’opposizione. Mosca inoltre ha sottolineato che la tregua verrà garantita dall’accordo raggiunto con la Turchia e l’Iran. Teheran sembra defilata ma in realtà russi e iraniani in questo momento condividono obiettivi comuni: il mantenimento al potere del regime alauita con il suo apparato militare e la distruzione dei gruppi jihadisti sunniti che sono per entrambi una minaccia alla sicurezza.
La posizione iraniana lascia in primo piano Mosca anche per motivi di opportunità. La Turchia di Erdogan, potenza della Nato, dopo anni un cui si è schierata contro Assad, ha rimediato alla sua debàcle strategica, prima e dopo la caduta di Aleppo, attraverso l’intesa con la Russia e l’Iran, grande potenza sciita. Gli iraniani sono abbastanza abili da capire che per Erdogan sarà difficile far digerire la sua svolta al resto del mondo sunnita di cui voleva essere il leader con l’appoggio delle monarchie del Golfo e dei gruppi islamisti, dai Fratelli Musulmani ai più radicali. Inoltre Teheran deve negoziare la presenza militare turca nell’area di Mosul in Iraq e ha avviato contatti per attenuare le tensioni con l’Arabia Saudita, il rivale nel Golfo impantanato nella guerra in Yemen contro gli Houthi sciiti. Per darsi un tono da leader regionale Erdogan chiede il ritiro dalla Siria degli Hezbollah libanesi, le milizie sciite che sono state decisive per la sopravvivenza del regime fino all’intervento russo del 2015. Alza il prezzo della sua collaborazione perché deve occuparsi di neutralizzare i combattenti jihadisti che aveva appoggiato contro Assad.
La diplomazia mediorientale, con l’intervento della Russia, si è rimessa in moto freneticamente. Ogni mossa si svolge su una scacchiera complicata e insidiosa: la guerra contro il Califfato continua e chiunque
qui può ribaltare un tavolo insanguinato da cinque anni
di massacri: l’assenza degli americani e degli europei
in queste ore appare però
quasi fragorosa.