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 2016  dicembre 29 Giovedì calendario

Russia-Turchia annunciano: «Tregua totale». E ora arriva la spartizione?

Un accordo di tregua in Siria a partire da subito. Sono stati i turchi ad annunciarlo sostenendo di averlo concordato con il nuovo partner diplomatico, la Russia. Da Mosca hanno frenato, sostenendo di non avere informazioni dettagliate e tra l’altro hanno denunciato che la loro ambasciata a Damasco è stata centrata ieri da tiri di mortaio. Schermaglie che proteggono i contatti ma permettono anche una via d’uscita nel caso la storia – come altre volte – finisca male. La Turchia vuole estendere il modello applicato ad Aleppo ad altre aree della Siria. Dunque le armi devono tacere tra lealisti e ribelli «moderati». Resterebbero fuori dall’intesa il movimento curdo siriano Ypg – oggi appoggiato dagli Usa – e anche alcune formazioni islamiste importanti, come la ex Al Nusra. Poi rimarrebbe il conto aperto con l’Isis, trincerato nella parte nordorientale. L’annuncio della Turchia è stato accolto con prudenza dagli insorti, sostengono che la «mappa» esclude alcune zone sotto il loro controllo. Chiedono chiarimenti, formano nuove alleanze e probabilmente vogliono coordinarsi con i loro sponsor. Alcune fazioni hanno alle spalle Arabia Saudita e Qatar che dovranno dire la loro. Perché non si tratta solo di deporre i fucili, c’è di più. Mosca e Ankara lavorano, con l’Iran, a un percorso che prevede prima il cessate il fuoco, poi il negoziato ad Astana, in Kazakistan. Fonti russe hanno rivelato alla Reuters che esiste il progetto di creare aree di influenza in Siria, con Turchia, Russia e Iran che gestiscono la situazione. Assad dovrebbe restare in sella fino alle prossime presidenziali, quindi lascerebbe il trono ad una figura alawita – la componente etnica alla quale appartiene la gerarchia del potere – più accettabile. Il Cremlino non ha fatto nomi ma avrebbe già due candidati. È un piano con tante incognite. Teheran difende gli Assad, non tanto per amore quanto per interesse. Il clan è in debito profondo, pronto a fare da sponda ai mullah. Erdogan è, al solito, indeciso. Un giorno concede più tempo al presidente siriano, l’altro dice che deve andarsene, anche se in fondo lo accetta sperando di piazzare il proprio controllo su una fascia nel nord della Siria. Le manovre in corso rischiano di isolare i curdi, gli unici ad aver combinato qualcosa di serio contro il Califfato. Sostenuti da Washington, potrebbero pagare un prezzo alto. Come spesso è accaduto nella loro storia.