Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2016  dicembre 29 Giovedì calendario

Il bestiario del Papa. Pappagalli, leoni, draghi e asini: gli animali secondo la Chiesa

«Da entrambe le parti c’era una sincera volontà di difendere la vera fede», ha detto papa Francesco nel suo viaggio ecumenico per riabbracciare i luterani. Sfoderando tutto il proprio coraggio. Perché cinquecento anni fa le cose andavano male, anzi malissimo: dalle parti della Germania il Papa era raffigurato come un asino con corpo di donna e zampa di elefante. Correva voce che un mostro simile fosse stato rinvenuto nel Tevere e i protestanti con questa storia andavano a nozze. Giravano vignette, Lutero si affrettava a dichiarare «questa bestia simboleggia il papato, e la grande ira e punizione di Dio». Qualche anno dopo Lucas Cranach raffigurava il papa sulla bocca dell’inferno con le orecchie d’asino nell’incisione Contro il papato di Roma, fondato sul diavolo. Tempi grami. A ricordarli, ci pensa un bellissimo libro dello Scriptor della Biblioteca Vaticana Agostino Paravicini Bagliani, professore di Storia medievale. Il bestiario del papa (Einaudi, pp. 378,euro 32), in verità,dedica solo l’ultimo capitolo agli sberleffi dei riformatori; se se ne scrive qui è per dovere di cronaca. Perché nel libro di voglia di scherzare non ce n’è molta, semmai bisogno di documentare e spiegare. Si sa che il cattolicesimo ha usato sempre le arti visive, dunque il simbolo, per promuovere il suo potere. Qui Paravicini si concentra sugli animali, con tanto di immagini, laddove è possibile, poiché molte opere sono andate perdute. È un volume da collezione,ma anche da meditazione. Prendiamo la colomba. Siamo abituati alla sua presenza, la vediamo svolazzare candida sopra San Pietro senza domandarci cosa simbolizzi esattamente. Essa accompagna il papato addirittura dal III secolo, quando una colomba discese dal cielo su papa Fabiano. Lo racconta Eusebio di Cesarea: «Si posò sulla sua testa, imitando chiaramente la discesa dello Spirito Santo sul Salvatore». In un affresco di Andrea Delitio della fine del Quattrocento, il bianco pennuto poggia con delicatezza sul capo di Gregorio Magno a significare un secondo battesimo, la trasformazione del Papa in un homo novus, emanando conoscenza e modestia. Se la presenza della colomba può essere scontata, ci sono animali più insospettabili. Il cavallo, l’animale guerriero e imperiale per eccellenza, diventa uno dei simboli più potenti e utilizzati dal vescovo di Roma. Raffaello, nell’affresco Incontro di Leone Magno con Attila, raffigura papa Leone su un destriero bianco con superbe bardature rosse, con il suo seguito di vescovi con altrettante cavalcature e abiti bianchi e rossi. Il cavallo bianco e la sella rossa nei secoli centrali del Medioevo, proprio a causa di questi colori, rappresentano Cristo e al contempo la doppia funzione del pontefice: cristologica e imperiale. Volendo ricordare, con questo, che il potere papale, giunto direttamente da Dio, era superiore a quello dell’Imperatore. C’è spazio anche per animali curiosi, esotici.Ma per ora soffermiamoci sull’anello del pescatore che, come sappiamo, si forgia all’elezione di ogni nuovo pontefice ed è spezzato alla sua morte. San Pietro era infatti, a detta di Matteo, «pescatore di uomini». Il più antico di questi anelli fu trovato nella tomba di Clemente IV,vissuto nel Duecento: parliamo dunque di un’usanza che si perpetua da almeno 800 anni. E se Pietro era un pescatore,mai un chierico doveva essere cacciatore: agli uomini di Chiesa era proibito imbracciare archibugi, perché era bene rispettare le creature di Dio. Il pontefice rinascimentale amava tuttavia circondarsi di animali esotici: pantere, leoni, ghepardi e pappagalli. E su quest’ultimo, a sorpresa, c’è molto da dire. Il più antico cortile del palazzo vaticano si chiama appunto Cortile del Pappagallo fin dal Seicento. Mentre nel 1720 si inaugura addirittura una Sala del Pappagallo. Si tramanda che nell’XI secolo, Leone IX ne avesse uno molto caro, il quale pronunciava distintamente il suo nome. Nel Physiologus greco se ne decanta l’abilità di imitare la voce degli uomini, e di lì San Basilio se ne servì per «invitare gli uomini ad imitare la voce degli apostoli». La fama del pennuto è destinata a crescere durante la cattività avignonese e con Bonifacio VIII, il quale amava decorare pianete e dossali con pappagalli e grifi: valori imperiali si mischiavano con quelli cristologici nel rinnovato scopo di ricordare la superiorità del potere spirituale su quello temporale. Il catalogo è lungo. Comprende elefanti – si ricordi l’Obelisco della Minerva di Gian Lorenzo Bernini – rinoceronti, cammelli, le immancabili pecore e agnelli, pavoni, aquile, leoni e tori,orsi e creature immaginarie come gli unicorni o i draghi. Dietro ciascuno di loro si celano storie, misteri e significati esoterici. Il bestiario del papa è un viaggio bimillenario in cui ricompare anche l’asinello, ma come umile cavalcatura di Cristo. Niente a che vedere con le terribili invettive di Lutero.