ItaliaOggi, 29 dicembre 2016
I migranti valgono il 10% del Pil mondiale
I migranti contribuiscono al pil mondiale per quasi il 10%. È la conclusione di un rapporto elaborato da McKinsey, secondo cui i 247 milioni di immigrati, pari al 3,4% della popolazione mondiale, contribuiscono alla ricchezza del pianeta per una cifra intorno ai 6.700 miliardi di dollari (oltre 6.450 miliardi di euro), l’equivalente del prodotto interno lordo di Giappone e Francia messi assieme.
«A dispetto delle inquietudini e delle controversie che le circondano, le migrazioni transnazionali sono il normale risultato di un mondo più interconnesso e di un mercato mondiale del lavoro», si legge nello studio.
McKinsey distingue gli immigrati in tre categorie: migranti volontari (o economici), che costituiscono il 90% del totale; rifugiati e richiedenti asilo (circa 25 milioni di persone).
I dipendenti delle multinazionali e gli espatriati sono migranti, ma non lo sono i lavoratori frontalieri, che si spostano ogni giorno in un paese che non è il loro. Perché, per definizione, il migrante vive in un paese nel quale non è nato.
Gli Stati Uniti sono la prima destinazione dei migranti (47 milioni), benché l’Unione europea (oltre a Svizzera e Norvegia) rappresenti la prima terra di accoglienza (58 milioni, cifra che include anche le migrazioni intraeuropee). Oggi i migranti rappresentano il 15% della popolazione totale degli Stati Uniti, il 13% di quella dell’Europa occidentale, e il 48% di quella dei paesi del Golfo Persico.
Da un punto di vista strettamente economico, i migranti (e non solo quelli altamente qualificati) sono più produttivi se espatriano. Secondo McKinsey, infatti, essi apportano circa 3 mila miliardi di dollari in più all’anno di quanto farebbero se fossero rimasti nel loro paese di origine. Solo negli Stati Uniti, l’apporto degli immigrati è nell’ordine dei 2.500 miliardi di dollari, una cifra equivalente al pil della Francia. Un recente studio del National Bureau of Economic Research rivela che negli Usa più della metà dei PhD che lavorano nel settore cosiddetto Stem (Science, Technology, Engineering and Mathematics) sono immigrati.
Secondo il rapporto di McKinsey, inoltre, è essenziale anche l’apporto finanziario dei migranti allo sviluppo dei paesi nei quali sono nati. Nel 2014 le rimesse degli emigrati alle loro famiglie hanno raggiunto i 580 miliardi di dollari e sono diventate la prima forma di aiuto allo sviluppo, ben lontana dagli aiuti pubblici. Questi flussi sono considerevoli per l’India (70 miliardi di dollari), per la Cina (62 miliardi) e per le Filippine (28 miliardi).
Infine, si legge nel rapporto, «numerosi studi accademici hanno dimostrato che l’immigrazione non nuoce affatto all’impiego o ai salari dei lavoratori autoctoni». Tuttavia, a pari qualifica, i redditi dei migranti sono inferiori di una percentuale compresa tra il 20 e il 30% agli stipendi degli «indigeni».