Il Messaggero, 29 dicembre 2016
A Latina la rete di Amri
Quattro case intorno ad una grossa fabbrica farmaceutica, la Recordati, che un tempo era tra le punte del distretto industriale pontino. È a Campoverde, un borgo tra Aprilia e Latina, che Anis Amri, l’attentatore di Berlino, più di un anno fa, ha trascorso circa quattro mesi in attesa di spostarsi verso il nord Europa. Non molto tempo dopo aver lasciato il Cie di Catania con un decreto di espulsione non eseguito in tasca, il giovane tunisino ha raggiunto in provincia di Latina un amico conosciuto proprio nel corso della rivolta di Lampedusa. E da casa sua, vivendo tra spaccio e piccoli espedienti come i suoi ospiti, potrebbe aver cominciato a pianificare attentati in Europa, visto che prima di arrivare si considerava già un salafita e subito dopo la sosta in Italia, sarebbe andato in Bassa Sassonia per addestrarsi con il gruppo di Abu Walaa, il predicatore considerato il leader più autorevole negli ambienti salafiti tedeschi.
IL COMPAGNO DI LAMPEDUSA
È sull’uomo che l’ha ospitato, sui segreti e i piani che Amri gli avrebbe confidato, che ora si concentrano le indagini del pm Francesco Scavo. Tunisino anche lui, anche se ora sposato con un’italiana convertita, nel corso della rivolta del 2011 a Lampedusa alla quale ha partecipato anche Amri, era riuscito a far perdere le proprie tracce e a spostarsi sul continente. È però sempre rimasto in contatto con l’attentatore ospitandolo tra casa sua e quella di alcuni parenti alla lontana che vivono anche loro in zona. Da due giorni, entrambe le case, più una terza abitazione, vengono perquisite dagli uomini della Digos di Roma e i conoscenti di Amri sono stati interrogati più volte: tutti i cellulari sono stati sequestrati a caccia dei contatti più recenti con Amri e di qualunque dettaglio che porti all’ipotesi di una militanza attiva nel fondamentalismo islamico. Ma sono soprattutto le parole dell’amico storico del terrorista ad interessare gli investigatori: l’uomo è in carcere da tempo per armi e droga. Un semplice spacciatore forse, o forse qualcuno che a distanza conosceva e seguiva i piani di Amri prima in Sassonia e quindi verso la Francia dove, a febbraio di quest’anno, dice il francese Rfi, Amri aveva provato a comprare armi automatiche. Tra i punti che questi interrogatori potrebbero chiarire è se davero Amri volesse tornare proprio nel centro o sud Italia (in particolare in Sicilia) nel suo disperato tentativo di far perdere le proprie tracce dopo l’attentato di Berlino.
IL VERTICE A MILANO
Proprio sui documenti che incrociano le informazioni raccolte nell’ultimo anno si è concentrato il vertice tra gli investigatori tedeschi e quelli coordinati dalla procura di Milano. Gli inquirenti vogliono incrociare i contatti telefonici rintracciati nel corso dell’inchiesta su Abu Walaa, l’imam arrestato a novembre dell’anno scorso, con quelli del cellulare dello stesso Amri, per ricostruire con precisione la rete di amicizie e appoggi di cui poteva disporre e stabilire chi possa essere considerato aderente al fondamentalismo islamico, sia in Germania sia in Italia.
Molto potrebbe significare l’arresto di un presunto complice di Amri avvenuto proprio ieri a Berlino. Stando alle informazioni circolate sulla stampa tedesca, l’uomo, tunisino di 40 anni, sarebbe stato in contatto via cellulare con Amri fino a pochi minuti prima che il camion fosse lanciato sulla folla uccidendo 12 persone.
IL GIRO DI INFORMATIVE
Di certo, la ricostruzione dell’ultimo anno di indagini sul conto del ragazzo ha del paradossale: da febbraio a novembre scorso il rimpallo di documenti sul suo conto è stato continuo. A febbraio la Francia l’ha identificato mentre provava a comprare armi e nello stesso mese la Germania ha chiesto all’Italia informazioni sul suo conto che arrivano contenute in un corposo fascicolo. A maggio, la Germania segnala Amri come soggetto pericoloso, il 10 il suo nome viene inserito nel database della polizia italiana con l’indicazione di contattare immediatamente la Digos per chiunque l’avesse identificato. Eppure, a novembre, pochi giorni prima della strage, i tedeschi nelle informative di intelligence avevano scritto di ritenere «improbabile» che il ragazzo organizzasse concretamente un attentato, sebbene avesse cercato su internet informazioni su come costruire una bomba artigianale e a febbraio, si fosse offerto all’Isis per compiere un attentato suicida.
Una terra di confine tra Roma e Latina. Aprilia è la terza città del Lazio per popolazione con oltre 72.000 residenti e ha una periferia – quella di Campoverde – che si divide tra due grandi industrie farmaceutiche e terreni agricoli che si perdono a vista d’occhio tra la Pontina e il confine con Velletri. È un crocevia. È lì che sono insediati, da tempo, gli immigrati che vengono utilizzati per il lavoro nei campi. Sono soprattutto nordafricani, arrivano per le campagne estive delle angurie e non se ne vanno più. C’è chi qualche mese lavora nella raccolta dei kiwi, chi riesce (pochi) a farsi fare un contratto e chi delinque. È qui che Anis Amri ha trovato rifugio.
CAMPOMORTO
Un non luogo ricco di storia, che nel Seicento si chiamava Campomorto, e che oggi riempie le cronache per reati minori. Una sorta di enclave. Chi può lavora, chi non ci riesce si arrangia. Con la droga, soprattutto, spaccio al minuto, piccole estorsioni, meno con la prostituzione. Poi c’è chi risponde alla richiesta di aiuto di un connazionale, come Anis Amri, appunto. Il futuro terrorista cercava un posto dove non dare nell’occhio dopo aver lasciato le carceri siciliane un anno e mezzo fa. E ha scelto le campagne di Campoverde. Un caso? È quello che vogliono capire gli investigatori dell’anti terrorismo che l’altro pomeriggio sono piombati nell’appartamento di via Virgilio e l’hanno passato al setaccio. Era qui che era diretto l’uomo della strage di Berlino?
LA CASA IN VIA VIRGILIO
Via Virgilio è la strada principale, divide a metà il borgo, non lontano dalla casa farmaceutica Recordati, dalla Pontina e dall’Abbvie. Tutto intorno ci sono campagne, casolari diroccati. In via Virgilio no, sono stanziali i nordafricani che vivono lì. A dare ospitalità ad Amri è stato un altro tunisino. Gli investigatori non l’hanno trovato in casa perché è in carcere, deve scontare quattro anni per diverse pene accumulate in passato. C’era la moglie, però, un’italiana, che è stata interrogata insiene ai parenti del marito. A quanto risulta non hanno trovato né armi, né altri riferimenti chiaramente riconducibili al terrorismo. Amri e il tunisino di Campoverde erano arrivati insieme a Lampedusa. Poi il terrorista era finito in carcere, l’altro era riuscito ad arrivare ad Apilia.
La tappa pontina di Anis Amri fa riflettere gli investigatori. Ma qui non ci sono mai stati problemi con la comunità musulmana. Anzi, l’estate scorsa l’imam Naser Otman, rappresentante dei musulmani residenti sul territorio pontino aveva avuto parole nette: «Noi condanniamo qualsiasi tipo di violenza, l’Italia oggi è anche il nostro Paese e, ora più che mai, ha bisogno anche della nostra vigilanza. Tuttavia la parola terrorismo non può essere sinonimo di islamismo». Molto diverse da quelle pronunciate nel 2001 dopo l’attentato alle Torri gemelle dall’imam del capoluogo Ibrahim El Gaeysh: «Non guardare le cose solo dal tuo lato, meglio guardarle da tutti i lati. Bin Laden un tempo faceva comodo agli americani, quando combatté contro i russi. Adesso dicono che è un mascalzone e un vigliacco. E le prove?». Sono passati 15 anni e tutto è cambiato, nel mondo e a Latina. Non si parla più di Al Quaeda, ma dell’Isis. Gli investigatori tengono la guardia alta, ma sanno che è difficile se non impossibile pensare di individuare una cellula organizzata, addestrata e sovvenzionata. Bisogna temere le schegge impazzite che possono nascondersi ovunque.
PAURA IN MENSA
E proprio ieri sera a Latina ci sono stati momenti di tensione alla mensa Caritas quando un ragazzo di 22 anni, anche lui tunisino, ha dato in escandescenze cominciando a fracassare piatti contro il muro urlando Allah Akbar. Alla fine non riuscendo a fermarlo gli addetti hanno chiamato la polizia e gli agenti lo hanno arrestato.
Pochi chilometri più a nord, nell’area tra Campoverde e Torre del Giglio tra Carano e Torre del Padiglione ci sono migliaia di stagionali a cui si mescolano gli irregolari come Amri. Le ultime statistiche del Comune parlano di 150 tunisini iscritti all’anagrafe, ma basta fare un giro solo a Campoverde per rendersi conto che sono molti, molti di più. È lì che Amri ha trovato rifugio dopo essere stato scarcerato. E forse è lì che voleva venire a nascondersi.