Il Sole 24 Ore, 28 dicembre 2016
Da Calisto Tanzi ad Amber: 26 anni sull’ottovolante
C’è qualcosa di fatidico tra Parmalat e il mese di Dicembre. Nel dicembre 2003 scoppia il crack della multinazionale di Calisto Tanzi: 14 miliardi di euro. Le casse del più grosso produttore di latte in Italia (che campeggia sulle maglie di dquadre di calcio di mezzo mondo, che produce anche merendine e succhi di frutta, che è proprietario di un tour operator), che dovrebbero essere piene di liquidità, si scoprono improvvisamente vuote: un gigantesco bluff. È il più grande fallimento di un’azienda in Europa(record imbattuto). Migliaia di risparmiatori si ritrovano con carta straccia in mano. Per anni il ministro Giulio Tremonti ha tenuto sulla scrivania, a mo’ di portapenne, un barattolo di pelati Cirio, a monito di quei due catastrofici fallimenti.
Un altro Dicembre, quello del 2016, a tredici anni distanza, segna l’addio di Parmalat a Piazza Affari, dopo quasi 30 anni sul listino.Il colosso del latte era sbarcato in Borsa nel 1990. Il gruppo veniva dal boom degli anni 80, il decennio che aveva segnato l’ascesa del Cavalier Calisto Tanzi, nipote di un droghiere di Parma: era stato lui a portare in Italia la rivoluzione del latte UHt, quello a lunga conservazione, nei brick di cartone, il famoso Tetra Pak, quando ancora la gente il latte lo riceveva a casa nelle bottiglie di vetro.
Ma, nonostante le grandi campagne di marketing, già all’epoca della quotazione Parmalat era decotta (questo, però, lo si sarebbe scoperto solo molti anni dopo). Lo sbarco in Borsa servì solo a camuffare il reale stato di salute del gruppo. E, non a caso, avvene con una complicata (allora) operazione di ingegneria finanziaria, presagio della truffa che sarebbe stata messa in piedi negli anni a venire. Il cavaliere non aveva fatto la classica e lineare quotazione, tramite vendita di titoli. Ma aveva fuso la Parmalat con la Finanziaria CentroNord di Giuseppe Gennari, una una delle tante scatole vuote di Piazza Affari. Mario Mutti, l’ex patron dell’anch’essa defunta Tecnosistemi, fu, secondo le riscostruzioni, il personaggio che aveva messo in contatto l’ex patron di Parmalat con la Banca Akros di GianMario Roveraro, il banchiere dell’Opus Dei (rapito e barbaramente trucidato alcuni anni fa, proprio nella zona di Parma), snodo fondamentale per lo sbarco in Borsa. Tanzi aveva acquisito la maggioranza della Fcn per poi cambiarne il nome, nell’ottobre 1990, in Parmalat Finanziaria.
Il crack del 2003, esploso dopo il clamoroso buco del Fondo Epicurum (in cui ci sarebbe dovuta essere la liquidità di Parmalat e che invece si rivelò inesistente), mandò tutto in fumo: annullate tutte le azioni; la Parmalat finì in amministrazione straordinaria, nelle mani di Enrico Bondi (che aveva già salvato la Montedison dopo il crack Ferruzzi). Parmalat viene di fatto espulsa dalla Borsa. Rimane fuori per due anni: nel 2005 il ritorno a Piazza Affari, sotto la guida di Bondi. In realtà a ri-quotarsi è Assuntore, la nuova società nata dopo il crack per garantire che l’azienda non chiudesse (anche durante gli anni dell’amministrazione, Parmalat continuò a consegnare il suo latte ai supermercati). Ma di fatto era come se non se ne fosse mai andata perchè il grosso degli azionisti della nuova Parmalat sono i vecchi risparmiatori risarciti in titoli.
Il super commissario aveva dichiarato guerr a tutte le banche e ai fornitori della Parmalat, con una raffica di revocatorie (l’ultima si è chiusa nei giorni scorsi, proprio contro la Tetra Pak): nei suoi quasi 10 anni alla guida, Bondi aveva accumulato un tesoretto di 1,4 miliardi di euro. I soldi dei risparmiatori, amava dire. Ma nella primavera del 2011, arrivano i francesi di Lactalis. Fanno una scalata a Parmalat, costata oltre 3 miliardi, e usano parte di quella cassa per ripagarsi i debiti contratti per l’Opa. La scalata a leva da manuale. Arrivati come industriali, i francesi non sono mai stati amati. E hanno fatto di tutto per non farsi amare. Una governance non sempre cristallina (come l’abolizione di conference call e alle trimestrali e una comunicazio). E all’interno, un consiglio di amministrazione balcanizzato: il fondo Amber che per 5 anni ha dato continua battaglia. Lo spartiacque è la controversa operazione Lag: Parmalat compra dalla casamadre l’azienda sorellastra.
L’odore di conflitto di interessi è forte. Parmalat paga cash usando il famoso tesoretto. Si grida allo «scippo». Partono denunce e indagini penali della Procura (tutt’ora aperte). Oggi anche i critici, ammettono, a denti stretti, che Lag, al netto dell’auto-acquisto, benefici ne ha portati.
Con l’addio a Piazza Affari e l’ingresso nella segreta galassia di Lactalis, la saga di Collecchio entra in un cono d’ombra. Ma non è detto che l’ultima tappa sarà facile. A Lactalis basta solo un 3% per far scattare la soglia del delisting. Ma con un flottante così esiguo, sarà battaglia.