Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2016  dicembre 28 Mercoledì calendario

Noi da Schumi. Abbiamo parlato con gli amici che entrano nella sua stanza

Nella sua stanza risuonano molte voci, non la sua. Gland, il posto. La grande casa sull’acqua increspata del lago di Ginevra. È qui che Michael Schumacher continua a combattere, aiutato e stimolato da medici, infermieri, terapisti. Dall’amore di sua moglie Corinna; dei figli, Gina Maria e Mick. È un luogo protetto, attraversato dalla speranza di chi, nelle stanze del mondo, continua a fare il tifo per lui, dopo quella cattiveria del destino, che lo ferì sulla neve di Meribel, 29 dicembre 2013. Un ambito violato da una morbosità che richiede continue smentite e un costoso sistema di sicurezza. Ma è anche un simbolo per le persone che soffrono senza smettere di lottare, alle quali la famiglia Schumacher ha dedicato una comunità web (www.keepfighting.ms), con il desiderio di trasformarla in una fondazione.
Come sta Schumi? La domanda è un tormentone e un tormento. Sarà invecchiato, pure lui; qualche capello grigio sulle tempie, i segni del tempo, di quell’assurdo incidente, sul viso. Immagini come indiscrezioni nel silenzio, nell’aria di quella stanza misteriosa, mentre le risposte arrivano solo da Sabine Kehm, affezionata assistente di Schumi, e sono comprensibilmente più vaghe: «Riceviamo messaggi e mail ogni giorno e questo infonde energie positive a Michael e ai suoi cari. Ma non possiamo dare notizie in continuazione perché questo produrrebbe nuove richieste». Le eccezioni? Rare. Come accaduto nel novembre scorso quando Ross Brawn parlò di «Qualche segnale incoraggiante», dopo una visita in Svizzera. Il tecnico inglese fa parte del piccolo gruppo di persone davvero vicine a Schumacher, legate da affetto e riservatezza: «Dobbiamo solo pregare e sperare. Circolano troppe speculazioni sulle sue condizioni». Un atteggiamento simile a quello di Jean Todt, forse il più presente con la famiglia: «Michael non concede facilmente la propria amicizia. Con me lo fece e questo ha creato un legame fortissimo. Però certe cose non si dicono, si fanno e basta».
Il gruppo di amici di Schumacher comprende da sempre Luca Badoer, collaudatore Ferrari per 12 anni. Il loro fu un vero sodalizio: «Mi manca moltissimo. Ma lo seguo, lo aspetto, perché la vita contiene sempre una speranza. Michael non è un semplice amico, è un fratello, il padrino dei miei due figli, Brando e Rocco, presente in chiesa ai battesimi, presente nelle vacanze, con le nostre famiglie. Lo conobbi il giorno del debutto della squadra 1998 e capii che mi avrebbe sostenuto e protetto in un momento difficile per me, al debutto in rosso. Gli voglio bene, ci siamo fatti compagnia, viaggiando in moto, in macchina, ovunque».
Speranza e memoria animano anche Stefano Domenicali: «Provo ammirazione profonda per Corinna, credo stia facendo qualcosa di straordinario: forza e coraggio, senza una sola scena. Sono a sua disposizione e ciò significa anche rispettare il silenzio sulla salute di Michael. Quando penso a lui mi viene in mente qualcosa che non riguarda il pilota. Riguarda l’uomo. La sua attenzione per i ragazzi della squadra. C’era da disputare una partita di calcio, ad esempio, e si preoccupava che ogni maglietta riportasse il nome corretto di ciascun meccanico, di ogni tecnico. Voleva che tutto fosse gradevole e divertente per chi lavorava al suo fianco. I veri campioni si riconoscono da particolari nascosti».
Di un uomo sorprendente racconta anche Jean Alesi: «Non avevo simpatia per lui visto che il suo arrivo in Ferrari coincise con la mia partenza. Imparai a conoscerlo parlando dei nostri figli durante i test, diventammo veri amici. Nel 2013, sempre insieme perché Mick e mio figlio Giuliano correvano nei kart. Ci piazzavamo lungo la pista in due curve diverse, ci scambiavamo le impressioni, i ragazzi si intendevano. Così, quando accadde quel disastro, pensai a Mick, mi dissi: adesso chi può badare a lui in pista? Chiamai Corinna e da allora sa che sono pronto a fare ciò che posso, nel mio piccolo. Mentre sogno che Michael torni a seguire suo figlio, come allora».
A Mick fa riferimento anche Luca di Montezemolo: «Ogni volta che leggo di lui mi dico: Michael può essere fiero del suo ragazzo. Li ricordo a casa mia, d’estate, a Bologna. Mick era ancora nella culla e il suo papà si preoccupava di coprirlo con una zanzariera, in giardino. E poi ricordo il 1997, dopo l’errore nei confronti di Villeneuve, a Jerez. Arrivai la sera, mi ringraziò per quella visita in un momento tanto difficile. Disse: capisco ora cosa significa far parte della Ferrari». A quel giorno del ’97 torna anche Jean Todt: «Commise una sciocchezza, ma noi avevamo il dovere di proteggerlo. Credo ne sia valsa la pena, non crede?». Ancora Montezemolo: «Di oggi non voglio e non posso parlare. Preferisco ricordarmi di lui nell’ultimo Ferrari Day, 2006: aveva appena annunciato il ritiro. Scese dalla macchina, mi abbracciò, si commosse. Disse: è stato bellissimo, presidente, ma adesso è proprio finita».