Corriere della Sera, 28 dicembre 2016
L’era di Trump vista da Putin
Che Franklin Delano Roosevelt «si rivolti nella tomba», come dice Vladimir Putin, è tutto da dimostrare. E anche se così fosse, ci sarebbe da chiedersi se il sommovimento sepolcrale del presidente del New Deal sia causato dal fatto che «i democratici americani hanno dimenticato il significato del loro nome», come sostiene il leader russo, o se Roosevelt si agiti al solo pensiero che un isolazionista come Trump si insedi alla Casa Bianca.
Come che sia, raramente nella storia dei rapporti tra Mosca e Washington un cambio di stagione politica negli Usa ha suscitato al Cremlino tante attese e aspettative.
Le aperture di credito in campagna elettorale, gli encomi da presidente eletto della forte leadership di Putin, la restituzione a Mosca di un ruolo globale, di fatto promessa da Trump, hanno toccato corde profonde nella suscettibilissima auto-percezione dei russi. Di più, segnale inequivocabile è la nomina al Dipartimento di Stato del capo di Exxon Mobil e buon amico di Putin, Rex Tillerson. Ma a mandar su di giri l’establishment moscovita non è solo la prospettiva di veder infine soddisfatto l’eterno bisogno del rispetto, dopo il quarto di secolo seguito alla scomparsa dell’Urss e vissuto da paria. In realtà, Putin e i suoi diplomatici si sono preparati con cura all’appuntamento con Donald Trump, decisi a non sprecare l’occasione, in parte insperata, ma anche certi che l’ennesimo reset con Washington non sarà per sempre.
Su quali dossier intende puntare il Cremlino? Quali obiettivi Vladimir Putin conta di poter centrare? Cosa vuol dire concretamente «far compiere un salto di qualità ai nostri rapporti», come ha scritto il presidente russo nella lettera inviata a Trump per le feste di fine anno? E soprattutto, quanto e quando peseranno sul disgelo in fieri le tante contraddizioni strategiche esistenti tra i due Paesi?
«Il cambiamento più importante per Putin è che con Trump alla Casa Bianca la politica estera americana cancellerà dalla sua agenda il mantra del cambio di regime», spiega Dmitrij Suslov, direttore del Centro di Studi europei alla Scuola superiore di Economia, uno dei pensatoi più vicini al Cremlino. Secondo lo studioso, infatti, il regime change è stato il vero tema di fondo dell’azione non solo dell’Amministrazione Bush, ma anche della presidenza Obama: «Iraq, Siria, Libia, Ucraina, con modelli diversi, in modo scoperto o coperto, l’obiettivo era sempre quello. Perfino verso la Russia lo scopo ultimo, anche se non dichiarato, era di creare le condizioni per la caduta di Putin. Ora questo è finito e si può ripartire».
Convergenze
Una piena cooperazione in Siria e in Medio Oriente è il primo corollario di questa premessa. «La lettura dei rispettivi interessi nella regione è simile: lotta al jihadismo radicale in tutte le sue forme, siano l’Isis o i nipotini di al-Qaeda come al Nusra», dice Suslov, secondo cui Mosca è pronta ad «azioni militari congiunte e a condividere l’intelligence con gli americani».
Poi vengono la ferita aperta dell’Ucraina e le tensioni sul fronte Est della Nato. «Trump considera inutile un confronto con la Russia nell’Europa centro-orientale. E a differenza di Hillary Clinton e dei democratici vede nell’Ucraina un problema, non un’opportunità», dice Sergei Markov, analista, già deputato di Russia Unita alla Duma.
Trump abolirà le sanzioni? Markov ne è sicuro. Suslov è più cauto: «Non penso farà gesti unilaterali, ma il suo stesso arrivo alla Casa Bianca metterà forte pressione su Kiev per applicare gli accordi di Minsk. Fino alle elezioni Usa, il governo di Poroshenko faceva melina, prendeva tempo scontando una vittoria di Hillary Clinton, che avrebbe probabilmente fornito loro armi e forse denunciato Minsk. Non succederà, mentre gli europei sono stanchi della crisi ucraina. L’arrivo di Trump e la probabile elezione di Fillon in Francia creeranno nuova dinamica per l’applicazione di Minsk e questo, nelle aspettative di Putin, aiuterà a ridurre le sanzioni, anche se non completamente». Quanto alla Nato, Trump ha reso fin troppo chiaro il suo approccio «utilitaristico». Questo non significa che ridurrà la presenza militare, ma «la solidarietà verso Paesi baltici e Polonia non sarà più automatica. La nuova Amministrazione vorrà evitare ogni provocazione verso Mosca». La ripresa della collaborazione dentro il Consiglio Nato-Russia è nelle aspettative del Cremlino.
Manie di grandezza
Sergei Markov aggiunge un altro sviluppo possibile, legato alle manie di grandezza che caratterizzano i due leader. «Putin ama i mega progetti economici e in Trump ha l’interlocutore ideale. Un esempio? L’esplorazione congiunta dei giacimenti di petrolio nel Mare Artico».
Eppure, nessuno coltiva ottimismi panglossiani a Mosca. Anche con Donald Trump non tutto andrà bene nel migliore dei mondi possibili. Troppi fattori negativi pesano sull’equazione strategica russo-americana. Primo fra tutti, la Cina. «Trump – spiega Suslov – vede Pechino come l’avversario strategico numero uno. Tutte le nuove spese per gli armamenti che ha annunciato, andranno sicuramente a rafforzare il dispositivo militare nel Pacifico. E vorrebbe avere Putin dalla sua parte in questo scenario. È simmetricamente l’opposto di quanto fecero Nixon e Kissinger negli Anni Settanta, quando usarono la Cina in funzione anti-sovietica». «Ma noi – spiega un diplomatico russo – non siamo pronti a mettere a rischio i rapporti con Pechino per far piacere agli Usa. La Cina è per noi una grande opportunità economica. E inoltre Putin considera l’Eurasia una priorità strategica».
Un’altra contraddizione sul riavvicinamento russo-americano è rappresentata dall’Iran. «Una denuncia dell’accordo nucleare con Teheran non verrebbe capita né accettata da Putin», dice Suslov. Ma la nota più dolente potrebbe venire dal controllo degli armamenti, visto che Trump è ostile a ogni vincolo esterno sulla difesa. «È prevedibile la morte definitiva dell’Inf, il Trattato sui missili nucleari intermedi, e una nuova corsa al riarmo. Mi chiedo che ne sarà del reset».
Tutti i miei interlocutori convergono su una conclusione: con Trump alla Casa Bianca, parte nei rapporti con Mosca un nuovo ciclo, che avrà risultati positivi. Ma nessuno al Cremlino si fa illusioni. La finestra di opportunità sarà breve, al massimo due anni. Poi, le contraddizioni avranno la meglio. «Avremo una nuova stagnazione e fra 4 anni forse ci sarà anche un nuovo Presidente americano».