Corriere della Sera, 28 dicembre 2016
Romania, il presidente mette il veto. No alla premier donna e musulmana
«Secondo me, il presidente vuole sospendersi da se stesso, è convinto di potersi reinventare». Parole sulfuree di Liviu Dragnea, neovincitore delle elezioni in Romania e primo ministro socialdemocratico di quel Paese, a proposito dell’attuale presidente della Repubblica, Klaus Iohannis. Parole, e quasi fatti: perché da questo scambio di gentilezze (Iohannis avrebbe risposto a tono) è nata la più grave crisi istituzionale di questo Paese dai tempi del vampiresco Ceausescu, cioè dall’inizio della democrazia transilvanica all’occidentale.
Iohannis, il presidente che vorrebbe sospendersi da se stesso (battuta, naturalmente: è il premier Dragnea che vuole metterlo sotto impeachment, stato di accusa, e rispedirlo a casa) pare che sia disposto a rischiare questa fine perché non si rassegna a nominare a capo del governo una donna, la signora Shevil Shhaideh, musulmana e per giunta moglie di un funzionario siriano: ci sarebbero ombre strane nel passato suo e della famiglia, forse pericoli per la sicurezza nazionale della Romania, ma Dragnea la ritiene a tutti i costi la candidata giusta.
La vuole imporre, dice che Iohannis «non ha fornito una ragione plausibile per il suo rifiuto né costituzionale né di altro genere», ma sa anche bene che egli stesso, il premier, non può chiamare carri armati ad appoggiare le sue scelte: pur con tutti i suoi problemi residui di crescita lenta e di corruzione amministrativa, la Romania è ormai uno Stato moderno e civile che non ha più nulla in comune con la palude antica di Ceausescu.
Nella mischia di questi giorni sono coinvolti naturalmente Parlamento e Corte costituzionale. E a seconda di come va a finire, un altro pezzo importante d’Europa – per la sua posizione politico-strategica sulla soglia del castello Putin, e per i suoi tesori di petrolio – è destinato a entrare nel pianeta dell’instabilità.
Questa è la cornice generale della vicenda. Poi, ci sono i dettagli. Lo scorso 11 dicembre, Dragnea, insieme con il partito Alde che è il suo socio di coalizione nella maggioranza di centrosinistra, vince alla grande le elezioni politiche. E come prevede la Costituzione, propone il suo candidato ala guida del governo. Cominciano subito i litigi, non senza risvolti comici. Dragnea dice di aver chiamato il presidente al telefono ma «o aveva bloccato il numero o era stato cancellato dall’elenco. Il fatto è che non rispondeva».
Ieri, Dragnea ha convocato una conferenza stampa al Parlamento. E dimostrando una notevole capacità dialettica, ha detto – senza dire – che cosa potrebbe capitare da un momento all’altro: «Voglio soppesare molto bene le cose, non fra interessi personali e di gruppi, ma fra ciò che è bene e ciò che è male per la Romania. Non serve a nulla nascondersi fra i cespugli. Avviamo ricevuto molti messaggi di gente che ci chiede di sospendere il presidente. Non è una decisione facile da prendere: se, seguendo un’analisi, concluderemo che è bene per il Paese sospendere il presidente, allora non avrò alcuna esitazione a farlo…».