Il Messaggero, 28 dicembre 2016
Mps, la difficile caccia al cavaliere bianco
A Palazzo Chigi e più ancora al Tesoro adesso che è stata confezionata la soluzione per sventare il bail-in del Montepaschi (azzeramento degli azionisti, conversione forzata di tutti i bond ed eventuale prelievo dei depositi oltre i 100 mila euro), c’è consapevolezza che quanto prima bisognerà mettersi alla ricerca di un partner. Quasi certamente estero, per l’assenza di pretendenti nostrani. Compito impegnativo perchè il valore dell’istituto, nonostante l’indice Cet 1 potrebbe salire oltre il 20% a seguito della maxi-cura pubblica ricostituente, sarà attorno a 0,40 volte il valore di libro come gli altri istituti, quindi potrà costare circa 7 miliardi.
Non è la prima volta che Siena si trova al bivio fusione: adesso l’obiettivo è imprescindibile in quanto l’intervento dello Stato, confezionato con la procedura del burden sharing disciplinata dalla direttiva Brrd, meno dolorosa per i risparmiatori, è obbligatoriamente temporaneo: 18 mesi, elevabili a un massimo di 24. Non oltre per non incorrere nelle pesanti sanzioni della dg competition della Ue.
Quasi in parallelo con la stesura del nuovo piano industriale, dovrebbero partire i preparativi per scegliere il nuovo azionista. Ci sarà bisogno di un advisor. E se alcune banche del vecchio consorzio di pre garanzia dell’aumento di mercato da 5 miliardi stanno cominciando a farsi avanti con Marco Morelli, in molti ritengono, per la vicinanza con il Tesoro, che possa tornare in campo JpMorgan, nonostante il flop della ricapitalizzazione privata venga addebitata alle decisioni della banca d’affari che ha avuto la sponda del governo Renzi: JpMorgan non ha voluto garantire il rafforzamento di mercato fallito.
Fu il precedente esecutivo a scalzare Ubs che invece era stato scelto dal tandem Tononi-Viola. La banca svizzera, che garantì la ricapitalizzazione da 5 miliardi conclusa con successo a gennaio 2014, avrebbe voluto lanciare già a luglio scorso la ricapitalizzazione privata da 5 miliardi, con garanzia, suddivisa tra equity (3 miliardi) e lme (conversione di bond) da 2 miliardi con la possibile presenza di un anchor investor. Partendo prima, l’operazione si sarebbe conclusa in ottobre, al riparo dalle fibrillazioni italiane del referendum. E va ricordato che in settembre, quando JpMorgan ha ripiegato sul modello Ubs ripescando la conversione dei bond, Fabrizio Viola avrebbe tentato con il Tesoro di riprendere a bordo Ubs: qualche giorno dopo ricevette la telefonata di Piercarlo Padoan che a nome del premier, lo licenziava.
IL PRECEDENTE AMBANG
Per scegliere un partner, l’advisor dovrà organizzare un’asta pubblica attraverso un processo della durata di 9-12 mesi. L’ultima volta che Bce ha sollecitato la scelta di una banca con cui fondersi, era l’inverno 2015, dopo che già a maggio il primo step era stato saltato per mancanza di pretendenti. Si presentò solo Ambang, un’assicurazione cinese, facente capo a una conglomerata privata i cui rappresentanti sono venuti una volta a Milano. Non andarono oltre un’offerta non binding perchè fermati dai regolatori di Pechino: sembra non fosse chiara la provenienza dei soldi.
Al nuovo giro, in assenza di compratori italiani, si setaccerà daccapo il mercato estero, in particolare le europee. E gli indizi portano a Bnp Paribas, SocGen, Santander, Bbva oltre alla scandinava Nordea. Sono questi i nomi dei potenziali interessati a un deal con Montepaschi. Bnp è una vecchia conoscenza di Siena, l’ultima volta che si è parlato di un’ipotesi di accordo è stato nell’autunno di due anni fa dopo che anche nell’inverno 2013 l’ipotesi sarebbe stata esaminata.
Difficile che della partita possa essere qualche istituto italiano. Intesa Sp, il più solido, esclude aggregazioni domestiche mentre Ubi che anche a fine luglio, prima del varo del piano industriale Mps, aveva lavorato a un polo a tre con Unipol, è lanciata verso le tre good bank.