La Stampa, 28 dicembre 2016
Mps deve rifare il piano industriale. L’impegno del Tesoro a 6,6 miliardi
Dopo aver visto «lievitare» da 5 a 8,8 miliardi il fabbisogno di capitale del Monte dei Paschi, gli investitori sono stati invasi da molti dubbi. Primo fra tutti che nel dare il via alla «ricapitalizzazione precauzionale» della più antica banca del mondo, la Bce abbia in realtà alzato nuovamente l’asticella per tutti gli istituti di credito. In quest’ottica ieri in Borsa sono riprese le vendite sui titoli bancari più esposti sul fronte dei crediti deteriorati. Il Banco Popolare e la promessa sposa Popolare di Milano hanno perso rispettivamente il 3,7% e il 3,95%, Banca Carige ha lasciato sul terreno il 3,11%. Un altro dubbio, che da giorni sfiora chi guarda l’Italia soprattutto dall’estero e non disdegna di speculare sul nostro listino, è che alla fine i 20 miliardi messi in campo dal governo possano non essere sufficienti, calcolando come per ripulire i bilanci dai crediti inesigibili serviranno almeno 52 miliardi di euro. A quest’ultima provocazione ha risposto ieri direttamente il ministero dell’Economia, precisando che il perimetro del fondo per le crisi bancarie istituito con il decreto salva-risparmi è stato disegnato in modo ampiamente sufficiente a far fronte a tutte le esigenze di intervento che dovessero emergere dalle situazioni sotto osservazione.
Ma anche il presunto inasprimento della Bce (che ambienti governativi accusano di opacità per non aver fornito «adeguate motivazioni») nei confronti delle banche italiane perde quota, almeno stando alle interpretazioni che circolano in ambienti di Bankitalia. Un conto, si fa notare, è Mps. Altro è il resto del sistema. Se Siena avesse centrato l’obiettivo di raccogliere i 5 miliardi con l’aumento «privato» nulla sarebbe cambiato. Invece, avendo fallito nel tentativo in extremis, la Bce ha dovuto rieffettuare i suoi calcoli, partendo da basi completamente diverse. Nelle prescrizioni contenute nelle due lettere della Bce si è ricalcolato il fabbisogno partendo dallo stress test fallito a luglio dalla banca in uno scenario avverso, in cui la banca ha riportato l’indice patrimoniale Cet1 negativo del 2,44% «da mettersi in relazione con una soglia dell’8%»: di qui la cifra «monstre» di 8,8 miliardi. Cifra che serve a coprire le emorragie di capitale provocate dal «burden sharing» (la partecipazione al salvataggio di azionisti e creditori subordinati) e che tiene conto dei crediti dubbi che, nella soluzione «privata», dovevano essere ceduti e che, per ora, restano in pancia a Rocca Salimbeni.
Ora cosa accadrà? Il primo passo sarà la richiesta di Roma a Bruxelles di estendere di altri sei mesi lo «scudo per la liquidità» per le banche solventi italiane, approvato a luglio e in scadenza il 31 dicembre: servirà a dare liquidità a Mps. Quindi la banca dovrà preparare un nuovo piano strategico. In teoria ci sono due o tre mesi di tempo. In pratica a Siena vogliono chiudere la questione al più presto per passare alla fase due.
A valle della conversione dei titoli subordinati, il conto per lo Stato (che potrà arrivare fino al 75% del capitale) sarà di circa 6,6 miliardi: 4,6 diretti e 2 per tutelare i risparmiatori acquistando le azioni frutto della conversione forzata dei bond subordinati. Ma 2,5 miliardi, necessari per raggiungere il total capital Ratio dell’11,5%, vanno a copertura di esigenze patrimoniali che potrebbero essere soddisfatte, si legge in un documento che rimpalla tra Mef e Bankitalia, anche attraverso l’emissione di bond subordinati dopo la ricapitalizzazione. Quindi lo Stato potrebbe rientrare «in tempi brevi» da tale quota di investimento. La sua nuova natura «statale» rende Mps una banca particolarmente solida. Non per nulla l’agenzia di rating Moody’s ha messo Rocca Salimbeni sotto osservazione per un possibile rialzo del giudizio sul merito di credito.