la Repubblica, 28 dicembre 2016
Le fatiche geniali di Antonio Conte. Così in tre mesi ha reso invincibile il suo Chelsea
Il nuovo cameriere italiano dell’Old Plough ha passo leggero da ex atleta. Attraversa la grande sala del pub, con l’immancabile parete di mattoni rossi e le assi di legno sul pavimento. Appoggia con un sorriso le pinte di birra sul tavolo, le offre a un manipolo di giornalisti. Somiglia moltissimo ad Antonio Conte, a dire il vero. Anzi, ora che lo guardano bene, è proprio lui, perbacco. Cheers Antonio, e gran cozzo di pinte. Facciamoci una bevuta, siamo inglesi. Però le birre le porta e le offre l’italianissimo manager dell’anno in Premier League, che poi si ferma a chiacchierare per un’ora con quei cattivi dei cronistacci di campo: appena dodici mesi fa avevano ben altro rapporto con José Mourinho, nel senso che non avevano alcun rapporto perché lo Special era infuriato col mondo e il Chelsea andava malissimo, e ora eccoli a bagnarsi la gola col nuovo manager primo in classifica, increduli loro per primi.
Il brindisi in questione, nel pub che è di fianco al centro di allenamento del Chelsea, avviene quattro giorni fa, il 24 dicembre, vigilia di Natale, e forse si festeggia pure una ricorrenza. Esattamente tre mesi prima, il 24 settembre, negli spogliatoi dell’Emirates Stadium Antonio Conte ha avuto l’intuizione che ha cambiato la stagione sua e del Chelsea, avviando una galoppata di 12 vittorie consecutive. Quel giorno il Chelsea sta prendendo un’imbarcata storica contro l’Arsenal, dopo 40 minuti è sotto 0-3, nell’intervallo i bookmakers abbassano drasticamente le quote sull’esonero di Conte, che ha perso pure la settimana prima a Stamford Bridge col Liverpool. Lui invece nell’intervallo cambia tutto e inizia a volare. Sostituisce Fabregas con Marcos Alonso e passa alla difesa a 3, dopo due mesi di 4-5-1 o 4-3-3. In quel secondo tempo, il Chelsea non prende altri gol e chiude sconfitto 3-0, ma dalla settimana successiva rinasce in casa dell’Hull, 2-0 con il suo 3-4-2-1 da battaglia (ma è quasi sempre un 5-4-1 con palla agli avversari) che da lì in poi Conte modificherà solo per cause di forza maggiore: Courtois in porta; Azpilicueta, David Luiz e Cahill in difesa; Victor Moses, Kanté, Matic e Alonso a centrocampo; Pedro e Hazard a supporto di Diego Costa in attacco. Il 2-0 all’Hull è l’inizio della cavalcata. Non si fermano più. Battono il Leicester campione in carica, poi il 4-0 sul Manchester United (con Mourinho furente che non accetta l’esultanza di Conte e polemizza) fa capire che la strada è giusta, giustissima. L’altro giorno col Bournemouth, anche se le architravi Kanté e Diego Costa erano assenti, è arrivata la vittoria consecutiva numero 12. E intanto nessun allenatore ha mai vinto 15 delle prime 18 partite in Premier come ha fatto Antonio Conte da Lecce, Puglia, Italia.
Un altro italiano, dopo Ancelotti, Mancini e Ranieri, sta insegnando alla Premier League come si gestisce una squadra di calcio, e soprattutto come la si rivitalizza. Il Chelsea ora ha 46 punti, appena quattro in meno del bottino finale della scorsa stagione, 50. Conte ha fatto come Giulio Cesare: è arrivato, ha visto e ha cominciato a vincere, rapido e spietato, approfittando pure di una stagione senza coppe europee. È entrato in punta di piedi, per essere Conte, o comunque non ha imposto i suoi metodi draconiani da subito. Ha cercato di rispettare alcune abitudini dei calciatori di lassù, come la sacralità di certi giorni di riposo (almeno uno a settimana se non due), gli allenamenti tutti al mattino e mai più di uno al giorno, alcune abitudini alimentari che fanno inorridire noi italiani ma che in Inghilterra sono tollerate, come certi eccessi nelle salse. Per il resto però ha fatto l’allenatore, di campo e in campo, osservando i suoi talenti per capirne ogni pregio e ogni difetto, per poi metterli nelle migliori condizioni per farli stare come si deve in campo e dare tutto alla squadra. Insomma, il metodo Conte.
Si è affidato alla corsa incessante di Kanté, giocatore contiano come nessuno mai, davanti alla difesa. E ha fatto rinascere giocatori che sembravano perduti alla causa, come Victor Moses, che Mourinho non voleva vedere neppure in fotografia, infatti era da tre stagioni in prestito; come Pedro, reduce da un primo anno inglese disastroso, non sembrava neppure più lui e aveva perso anche il posto in nazionale; come Eden Hazard, che meditava l’addio al Chelsea; come David Luiz, pacco di ritorno dal Psg e a cui pochi allenatori di vertice erano più disposti a dare fiducia; come Gary Cahill, uscito a pezzi dall’Europeo; come Cesar Azpilicueta, che dopo una vita da difensore esterno è diventato un centrale affidabilissimo, e con una percentuale di passaggi riusciti tra le più alte della Premier; e più di tutti Diego Costa, che aveva una gran voglia di tornarsene in Spagna ed era in crollo di motivazioni, invece adesso è tornato leader carismatico, 13 gol finora (lo scorso anno 12 totali) e 4 assist. Ne è nata una squadra fin qui invincibile, anzi impareggiabile da tre mesi in qua, molto italiana nell’approccio e nel rigore tattico e assai europea per i ritmi che sa imporre quando rovescia il campo con quel suo ispirato furore: 12 vittorie su 12 in questo scorcio (e 28 gol a 2), ma in assoluto 15 vittorie su 18, appena 11 gol incassati e differenza reti +27, infine 11 partite su 18 con la porta inviolata ma al tempo stesso Courtois è solo il quattordicesimo portiere della Premier per parate effettuate. Insomma, è un Chelsea inavvicinabile. Merito del lavoro di Antonio da Lecce, che sa come dissodare e piantare, e poi far crescere qualcosa di bello, dietro cui intravedi geniali fatiche da contadino. Forse non è un caso che le birre ai giornalisti le abbia offerte in un pub chiamato The Old Plough: il vecchio aratro, appunto.