la Repubblica, 28 dicembre 2016
Il gesto incompiuto di Pearl Harbor
Il primo ministro giapponese Shinzo Abe ha reso omaggio, a Pearl Harbor, alle vittime dell’attacco a sorpresa del dicembre 1941, quell’attacco che segnò l’ingresso degli Stati Uniti nella Seconda guerra mondiale. Un gesto certo significativo, ma che faremmo bene ad evitare di interpretare attribuendogli più significati di quanto esso in realtà non rivesta.
Anzi, c’è da chiedersi che senso abbia per un primo ministro giapponese partecipare alla commemorazione del proditorio attacco di 75 anni fa senza esprimere quanto meno scuse: sarebbe troppo pretendere il pentimento, che di solito non è di casa nella politica e nella storia.
E poi non dovremmo dimenticare chi è Abe: il primo ministro più nazionalista e militarista del Giappone del dopoguerra; quello che ha ripetutamente reso omaggio a criminali di Guerra giapponesi nel santuario di Yasukuni; quello che ha minimizzato e tergiversato sulla vergogna delle comfort women, le donne coreane e di altri Paesi occupati schiave sessuali delle truppe giapponesi; quello che ha negato, contro l’evidenza, che il Manchukuo fosse uno Stato fantoccio del Giappone; quello che sta cercando di superare, con un’interpretazione estremamente estensiva del concetto di autodifesa, il limite che la Costituzione impone alle possibilità per le “Forze di autodifesa” giapponesi di partecipare a una guerra. Senza contare che, con un indiretto ma evidente riferimento alla stessa Pearl Harbor, Abe ha in passato espresso un radicale scetticismo sulla possibilità di definire la guerra di aggressione.
Insomma, al di là dei prevedibili discorsi di circostanza sulla pace e sull’amicizia, non sembra che a Pearl Harbor si siano affrontati né i nodi della storia né quelli del mondo contemporaneo. Fra l’altro non si può dimenticare che il problema non riguarda soltanto il nazionalista conservatore giapponese, ma anche il progressista che lo ha ricevuto alle Hawaii, il presidente Obama.
Non si può dimenticare infatti che il suo rendere omaggio, lo scorso agosto, alle vittime di Hiroshima, era privo di un elemento fondamentale che avrebbe conferito al suo gesto sia credibilità morale che valenza storica: un’espressione di pentimento per un atto profondamente sbagliato e moralmente indifendibile. Se vogliamo essere onesti, sarebbe piuttosto assurdo pretendere dai giapponesi, colpevoli di un’azione contro un obiettivo militare, la base navale di Pearl Harbor, prima che la guerra fosse dichiarata – un’azione che causò 2.300 vittime fra i militari americani – il riconoscimento che si trattò di un atto inammissibile, quando il presidente americano non ha fatto alcuna autocritica sulla strage nucleare di 140 mila civili a Hiroshima (e 70 mila successivamente a Nagasaki). Obama, si dice, non poteva farlo, dato che la maggioranza degli americani rimane convinta non solo che le atomiche fossero indispensabili per mettere fine alla guerra, ma che Pearl Harbor giustifichi Hiroshima e Nagasaki. Ma è proprio questo il problema.
Paradossalmente, invece di rappresentare un promettente segnale di pace e umanità il viaggio di Shinzo Abe a Pearl Harbor non fa quindi che confermare i drammatici limiti di un disegno di convivenza umana che, pur prendendo atto realisticamente dell’impossibilità di bandire totalmente i conflitti, dovrebbe comportare il rispetto di limiti su come e contro chi condurre l’azione militare.
Non si può certo essere ottimisti su quello che ci attende in questo XXI secolo – un secolo in cui si spera che all’umanità vengano risparmiati gli orrori delle due guerre mondiali del XX secolo, ma che si sta caratterizzando per una conflittualità senza regole e una frammentazione politica all’insegna del più retrogrado tribalismo in chiave di costante autogiustificazione dei propri misfatti, di sistematico vittimismo e di negazione delle ragioni altrui.
È passato troppo tempo da un’immagine che ci aveva fatto sperare nell’umanità: quella di Willy Brandt in ginocchio, nel dicembre 1970, nel ghetto di Varsavia. Un gesto, quello sì, di autentico significato morale e politico. Ben più che una manifestazione di semplice rammarico, un gesto di profondo pentimento per crimini commessi sotto la bandiera della propria nazione, tanto più significativo in quanto veniva compiuto da chi, resistente antinazista, non aveva certo alcuna responsabilità personale per quei crimini.