la Repubblica, 28 dicembre 2016
Mani forti su Mediaset, la Borsa crede all’Opa. Scambiato un altro 2,5%
La partita a scacchi tra Fininvest e Vivendi per il futuro di Mediaset prosegue sottotraccia – in assenza di trattative tra le parti – a Piazza Affari. Sia i francesi che il Biscione, legge alla mano, non possono più comprare nemmeno un’azione delle tv di Arcore senza incorrere nell’obbligo di lanciare una (costosa) offerta d’acquisto per la società. In Borsa però continuano le grandi manovre su Cologno. Mediaset è schizzata al rialzo all’apertura di ieri toccando un +8%. Le acque si sono calmate nel corso della seduta e in chiusura il rialzo è stato ridimensionato a +2,79% con volumi di contrattazioni piuttosto alti e un altro 2,5% del capitale passato di mano.
La scommessa del mercato è chiara: la telenovela della scalata di Bolloré a Mediaset è arrivata solo alla fine della prima puntata. E le prossime promettono scintille. Vivendi si è posizionata al 29,9% del capitale spendendo più di un miliardo. Questa quota le consente di bloccare in assemblea straordinaria qualsiasi decisione strategica (o mossa difensiva) dei Berlusconi. Fininvest è salita al 38,2% e l’ex premier ha evocato la nascita di “comitati per la difesa dell’italianità” di Mediaset per blindare il 51% del capitale rendendo più complessi blitz transalpinti. E i volumi di scambi delle scorse settimane potrebbero far supporre che l’”esercito di Silvio” si sia messo in moto, sfidando il rischio delle indagini Consob sul concerto tra azionisti.
Cosa succederà ora? La famiglia Berlusconi attenderà con il fato sospeso le mosse dello scalatore bretone. Bolloré – che a parole tende ramoscelli d’ulivo dicendosi pronto a trattare con Arcore – ha davanti tre strade. La prima è l’intervento a gamba tesa: un’Opa (in teoria può farla anche volontaria e non sul 100% del capitale) per sparigliare le carte prima che Fininvest e il sistema Italia riescano a prendere contromisure. L’Agcom e la Consob hanno acceso un faro sul ruolo dei transalpini e gli incroci con Telecom (di cui Vivendi è primo socio) ma pare difficile che su questo fronte si riesca ad alzare barricate efficaci in tempi stretti.
La seconda opzione è quella, più soft, di continuare la guerra di posizione chiedendo posti nel cda di Mediaset e una governance differente. I francesi hanno i numeri per pretendere un’assemblea straordinaria sul tema (ci vorrebbe comunque circa un mesetto). Ma poi devono riuscire a vincerla, raccogliendo il consenso tra i grandi investitori istituzionali destinati forse a diventare l’ago della bilancia della sfida. Il rischio in questo caso è venir sconfitti dal voto dei fantomatici “Comitati” pro-Silvio, in grado di garantire al Biscione quella “convergenza” che – a meno di prove evidenti – è difficile configurare come un “concerto” che rende obbligatoria l’Opa.
L’ultima strada è la trattativa. Anche qui però il percorso è stretto: in primis perchè qualsiasi contatto tra i due primi soci rischia di far scattare l’offerta obbligatoria su Mediaset. Poi perché è difficile – dopo gli schiaffoni di queste settimane – immaginare una soluzione che metta d’accordo tutti. In teoria la strada maestra potrebbe essere quella di una fusione tra Mediaset e Vivendi. I Berlusconi conquisterebbero l’8-10% del colosso europeo delle tlc (quota che raddoppierebbe come diritto di voto in due anni grazie alla Legge Macron) ma avrebbero poca voce in capitolo nella gestione. Altre ipotesi sul tavolo prevedono l’ingresso nella partita di Telecom, magari per disinnescare il contenzioso su Premium. La Borsa però sembra per ora crederci poco. E all’orizzonte vede solo scenari di guerra.