Libero, 27 dicembre 2016
I Don Camilli
Tra Stato legale e Stato criminale non dovrebbe esserci nulla, nessuna mediazione, neppure qualche parroco che si arroghi un ruolo da paciere. In breve: a Grumo Appula, in provincia di Bari, c’è un prete che insiste nel voler celebrare la figura di Rocco Sollecito, boss della ’ndrangheta ucciso nel maggio scorso e per il quale la Questura impose funerali alle 6 del mattino, vietando quelli solenni che il prete pretendeva. Già allora Don Michele Delle Foglie – è il suo nome – s’imbufalì e protestò. Ora insiste, e ha organizzato una messa proprio per oggi: l’ha annunciata con manifesti di grande vicinanza e sarà introdotta da mezz’ora di Santo Rosario. Il Don ha spiegato che il criminale era «uno come tanti» e che «il fatto che ammazzino non conta» e che dovremmo «inchinarci di fronte al dolore». Ma si inchini lei, parroco delle mie foglie. Non fosse un abominio giuridico, ci sarebbe da rispolverare il concorso esterno in associazione mafiosa. Invece casi come questo non mancano: a Platì (Calabria) in primavera accadde la stessa cosa con Giuseppe Barbaro, affiliato all’omonimo clan e morto in galera: il prete se ne fregò dei vincoli imposti ai funerali e il giorno stesso organizzò una messa a cui partecipò quasi tutto il paese.Ma i tempi di Camillo e Peppone sono finiti: andrebbe detto a quella Chiesa che organizzò i funerali di Vittorio Casamonica nella stessa parrocchia che negò le esequie a Piergiorgio Welby.