Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2016  dicembre 27 Martedì calendario

Se il Fisco è à la carte

C’è uno Stato in Europa che potrebbe ricevere una non piccola montagna di denaro ma si rifiuta fermamente di farlo. Anzi, fa addirittura opposizione presso la Corte di giustizia dell’Unione asserendo che l’incasso di quei soldi violerebbe la sua sovranità nazionale. La vicenda suona ancor più paradossale perché non si tratta di un Paese dal bilancio florido, ma di una nazione dove la lunga crisi ha lasciato segni pesanti nei conti pubblici e nel tenore di vita dei cittadini: l’Ir-landa.
Questi i termini della questione. Dopo aver chiuso a lungo gli occhi sul nodo dei paradisi fiscali interni all’Ue, la Commissione di Bruxelles ha finalmente deciso di darsi una mossa per arginare un fenomeno che rischia di essere distruttivo del mercato unico europeo, tanto più per i Paesi associati nell’euro. Si è cominciato con la contestazione degli accordi tributari di favore concessi a grandi imprese come Fca e Starbucks in Lussemburgo e Olanda. Poi si è arrivati al caso clamoroso dell’Irlanda, dove il colosso americano Apple ha goduto per anni di un trattamento così vantaggioso da aver pagato imposte inferiori al punto percentuale sui suoi cospicui utili. Fatti i debiti conti, Bruxelles ha perciò intimato al gruppo americano di versare al fisco irlandese arretrati per la rispettabile cifra di 13 miliardi di euro.
Si dirà: ma come Bruxelles colpisce il contraente impresa (Apple) e non anche la controparte politica (il governo di Dublino) del contestato accordo fiscale? Il fatto è che la Commissione ha potuto agire in materia soltanto in nome dei principi di tutela della leale concorrenza. Cosicché ha sanzionato l’intesa solo perché l’ha classificata come un contributo pubblico distorsivo della competizione mercantile: pratica vietata in base alle regole del mercato unico. Un paradosso nel paradosso che fa emergere il nodo politico cruciale dell’intera vicenda: in Europa si è arrivati a creare per molti paesi una moneta unica al fine di impedire i giochi delle svalutazioni competitive, ma sul terreno fiscale ciascun paese può continuare a fare “dumping” tributario a piacere. Come dimostra proprio il caso del governo di Dublino, che si è rivolto ora alla Corte di giustizia sostenendo come la decisione di Bruxelles configuri un’inaccettabile violazione della propria sovranità in materia di tributi.
Sarebbe però da ingenui pensare che l’obiezione dell’Irlanda abbia il solo fine di difendere l’astratto principio della sovranità nazionale. Evidentemente anche a Dublino hanno fatto i loro conti e valutato che, accettando ora i 13 miliardi di Apple, finirebbero per perdere la possibilità di continuare a stringere accordi fiscali sottobanco con le grandi imprese. Una pratica scorretta dalla quale il bilancio irlandese ha tratto (e vorrebbe anche in futuro trarre) ben più ampi vantaggi.
Poiché la storia insegna che l’autorità del Principe si fonda sul combinato potere di battere moneta e riscuotere le imposte, due sono le principali lezioni che si ricavano da questa vicenda. La prima conferma che, dietro la retorica sulle sovranità nazionali, marciano sempre interessi particolari contrari al compimento di un mercato unico degno di questo nome.
La seconda che, senza l’armonizzazione dei trattamenti fiscali per le multinazionali, il Principe d’Europa con la sua bella bandiera azzurra resterà un sogno come quello delle favole.