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 2016  dicembre 27 Martedì calendario

I neologismi di Brera, il giro mentale e quella polemica con Eco


Rai Cultura ha dedicato alla figura di Gianni Brera il documentario di Daniele Ongaro Gianni Brera. Il libero della Bassa, per il ciclo «Italiani» con Paolo Mieli (Rai Storia, domenica, 16.40).
Brera è il più importante scrittore italiano di sport. Su di lui esiste un culto diffuso, anche per via del suo spiccato gusto nel creare parole nuove. Era un onomaturgo, un coniatore di neologismi: «abatino», «centrocampista», «Eupalla», «libero», «palabratico» («I pirletta sghignettavano molto leggendo neologismi ad ogni pezzo: ma se non esistevano i termini?»). Il documentario non poteva non trattare anche la famosa disputa con Umberto Eco. Che, nel 1964, in Apocalittici e integrati (un libro cardine sullo studio delle comunicazioni di massa) se la prende con Brera definendo il suo stile «gaddismo spiegato al popolo», basato sull’«impiego gratuito di stilemi ex colti… È lo stesso tipo di prosa contro cui si scaglia Roland Barthes quando ne Il grado zero della scrittura mette a nudo la radice piccolo borghese, pretenziosa e mistificante, del realismo socialista di un Garaudy: metafore come «strimpellare la linotype» o «la gioia cantava nei suoi muscoli» sono esempi perfetti di midcult.
È ovvio che un’analisi del genere porrebbe in crisi tre quarti della letteratura di successo del nostro Paese (anche se si tratta qui di un midcult ben più raffinato, che sta «dopo» esperimenti come quelli citati, a cui rimane ancorata solo la prosa sportiva)». Brera non dimenticherà mai l’affronto: «Il signor Eco Umberto, prima di diventare un grande botanico, era un professore pieno di spocchia che pretendeva di giudicare i miei articoli di sette o otto cartelle scritti in un’ora e mezzo. Diceva che ero un Gadda spiegato al popolo: non teneva conto che il giro mentale era diverso».
La discussione è ancora aperta, ma più passa il tempo e più credo che la bilancia penda a favore di Eco (sui cui romanzi midcult però…).