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 2016  dicembre 27 Martedì calendario

L’alba di Homo sapiens è diventata più chiara

Dalla preistoria arrivano le notizie più entusiasmanti. Le nuove scoperte rendono l’immagine delle origini sempre meno sfocata, più precisa, ma nello stesso tempo anche molto più complessa di quanto si credeva; ma per questo anche affascinante. «Soprattutto negli ultimi vent’anni, grazie a tecnologie d’indagine maggiormente sofisticate, abbiamo raccolto conoscenze straordinarie che ridisegnano la scena dei nostri lontani progenitori», dichiara Giorgio Manzi, paleoantropologo alla Sapienza, Università di Roma, autore di uno dei saggi compresi nel primo volume, intitolato L’origine dell’uomo, dell’opera La Storia oggi in edicola con il «Corriere».
Se la storia si sviluppa dall’invenzione della scrittura, si potrebbe dire che la preistoria inizia con la nascita dell’Universo 13,7 miliardi di anni fa per arrivare alla civiltà dei Sumeri prima del Tremila avanti Cristo. Ma la parte che interessa è indubbiamente quella legata all’evoluzione umana. «Per questo ci sono tre momenti di svolta da considerare che la caratterizzano e che risalgono rispettivamente a 6 milioni di anni fa, a 2,5 milioni di anni fa e a 200 mila anni fa, quando appare Homo sapiens», precisa Manzi.
La data più remota segna la comparsa dei primi bipedi, non particolarmente alti, dotati di un cervello piccolo, le mani non molto abili; delle scimmie bipedi insomma. È l’epoca degli australopitechi come la famosa Lucy, i cui resti furono trovati in Etiopia dal paleoantropologo Donald Johanson nel 1974. Il suo scheletro da allora è continuamente studiato e proprio nelle scorse settimane Christopher Ruff della Johns Hopkins University americana ha confermato che Lucy durante la giornata spendeva buona parte del suo tempo sugli alberi.
Seconda tappa: 2,5 milioni di anni fa, sulla terra camminavano i primi esemplari del genere Homo. Siamo nel Paleolitico inferiore. Ad esempio sulle rive del lago Turkana, in Africa, le tracce rinvenute dei primi ominidi di questo tipo dimostrano che costruivano degli utensili, il loro pollice era più lungo e le altre dita più corte, il che garantiva una migliore presa di precisione e manualità. Si cibavano di carne, il cervello era cresciuto e iniziavano a diffondersi nel Nord Africa e in Eurasia. I loro manufatti dimostrerebbero un’origine del pensiero e perciò alcuni paleoantropologi riterrebbero opportuno far partire da qui la preistoria, perché siamo di fronte a una tappa importante della nostra evoluzione. La storia della tecnologia nasce con loro.
Però la data fondamentale che scandisce il nostro remoto passato riguarda la comparsa di Homo sapiens, avvenuta nuovamente in Africa orientale intorno a 200 mila anni fa. Le sue prime tracce fossili le troviamo in Etiopia e, poi, in Israele. Nel frattempo il suo cervello si era triplicato come volume rispetto ai predecessori e aveva sviluppato quindi capacità di espressione superiore e simbolica: nascevano l’arte e altre forme di cultura.
«A partire dagli anni Novanta dello scorso secolo le scoperte hanno rimescolato le carte e ora la successione diretta scimmia-uomo è del tutto abbandonata – sottolinea Manzi —. Il quadro è cambiato in pochi decenni e non vediamo più una successione di specie, ma una ramificazione, vari cespugli di ominidi dalle diverse caratteristiche presenti in diverse zone della Terra».
«Grazie anche ai nuovi metodi di indagine – continua Manzi – nel 1997 l’estrazione di Dna dalle ossa di Neanderthal ci ha rivelato aspetti vorrei dire “intimi” della sua natura. Ed è stato un balzo di conoscenza, dopo che la prima scoperta dell’ultimo uomo differente da noi risaliva al 1856. Con l’introduzione della morfometria geometrica, inoltre, le differenze tra le forme degli scheletri possono essere analizzate con precisione numerica».
Scoperte preistoriche importanti hanno interessato anche la nostra penisola. Nel 1993 ad Altamura, in Puglia, fu rinvenuto nella roccia calcarea uno scheletro completo di Homo neanderthalensis e gli studi compiuti nel 2015 hanno stabilito che risaliva ad un’epoca tra i 128 e 187 mila anni fa. Le ricerche condotte sul suo Dna hanno rafforzato la teoria delle popolazioni di Neanderthal distribuite in almeno tre gruppi: in Europa occidentale, nell’Europa meridionale e in Asia occidentale.
Agli inizi degli anni Novanta in Spagna, ad Atapuerca, venivano trovati i resti di un antenato dei Neanderthal, risalente a 400 mila anni fa, che hanno mostrato intrecci insospettati tra le specie. Analizzando il Dna del femore (il più antico campione mai studiato), i ricercatori spagnoli e i loro colleghi hanno potuto stabilire un collegamento con la popolazione dei Denisoviani vissuti più di recente nella Siberia sudoccidentale. Le due specie, dunque, pur così geograficamente lontane, avevano un antenato comune vissuto prima di mezzo milione di anni fa.
Risalendo nel tempo, grande interesse ha suscitato la scoperta nel 2015 di Homo naledi, che ha rimesso ancora una volta in discussione la ramificazione delle origini. Ben 1.500 fossili ben conservati nella grotta Rising Star, a circa quaranta chilometri da Johannesburg, in Sudafrica, hanno permesso di identificare una specie prima sconosciuta. E se verrà confermato che viveva 2,5 milioni di anni fa, si collocherebbe nelle prime fasi dell’evoluzione del genere Homo. L’orizzonte della preistoria è sempre più affollato.