Corriere della Sera, 27 dicembre 2016
Metamorfosi dell’arte in letteratura
Il 31 agosto prossimo cadono i 150 anni della morte dell’autore de I fiori del male (1821-1867) e Parigi li celebra già con la mostra L’occhio di Baudelaire al Musée de la Vie romantique. Curata da Sophie Eloy, Jérôme Farigoule, Robert Kopp e Charlotte Manzini (sino al 29 gennaio), mette a confronto gli scritti del poeta (che esordisce a 20 anni su «Le Corsare») con dipinti, sculture, disegni e grafica di cui si occupa, capaci di «sedurlo», ma anche di «irritarlo».
Cronista e critico d’arte, Baudelaire scrive su quotidiani e riviste («L’illustration», «Revue de Paris», «Le Tribune dramatique», «Le Monde littéraire», «Le Figaro», «La Vie parisienne», ecc.). «Poeta-giornalista» (come ha chiamato Sainte-Beuve e come si autodefinisce), inizia facendo il resoconto del Salon del 1845, cui seguiranno quelli del ’46, del ’55 e del 59. Charles collega tecnica ed estetica, come ha fatto Denis Diderot circa un secolo prima, in forma epistolare, rivolgendosi all’amico Friedrich Grimm.
Resoconti, ma anche saggi. L’arte diventa letteratura. A quanti diventeranno «classici», Baudelaire associa anche pittori di cui si occupa una sola volta, ma che anticipano «il vento che soffierà domani» (vengono in mente Ramón Gómez de la Serna, Rafael Alberti, Raffaele Carrieri e Giovanni Testori).
Di quali dipinti si occupa la rassegna parigina? Ecco, fra gli altri, Deroy, Delacroix («senz’altro il pittore più originale dei tempi antichi e moderni. Proprio così, che farci? Nessuno dei suoi amici, anche i più entusiasti, ha avuto il coraggio di dirlo con la semplicità, la crudezza e l’impudenza con cui lo facciamo noi»), Decamps («grande colorista, ma senza accanimenti»), Chasseriau («per chi ha seguito attentamente i suoi studi, è chiaro che si agitano nel suo giovane petto ancora molte rivoluzioni, e che la lotta non è finita»), Chazal (pittore di animali e fiori), Guys («l’infinito nel finito»), Tassaert («Erigone è semiriversa su un poggio ombreggiato di viti, in una posa provocante, una gamba quasi piegata, l’altra diritta e il corpo proteso in avanti; il disegno è fine, le linee sinuose e accordate in modo sapiente. Ma vorrei rimproverare a Tassaert, che è colorista, di avere dipinto il torso con un tono troppo uniforme»), Daumier, Courbet, Penguilly-L’Haridon (pittore di paesaggi e ufficiale d’artiglieria), Legros, Manet.
C’è anche Lorenzo Bartolini, allievo del Canova e amico di Ingres («A Parigi abbiamo il diritto di diffidare delle glorie straniere (…). Ma stavolta ci è stato davvero impossibile negare la nostra ammirazione a un artista» che ha «gusto, nobiltà, grazia»). Una selezione esaustiva di autori di cui Charles riesce a cogliere suoni e profumi.
Note, osservazioni rese in maniera discorsiva, colloquiale dove suggestione ed immaginazione giocano un ruolo preponderante. Come la poesia, la pittura diventa quasi «un’invocazione, un’operazione magica», scriverà Ezio Raimondi nell’introduzione agli Scritti sull’arte di Baudelaire pubblicati nel 1981 da Einaudi. «Operazione magica» aiutata dalla droga e da una vita dissoluta (rapporti con prostitute e relativa sifilide, continue depressioni, due tentativi di suicidio) che lo distruggeranno a soli 46 anni.
Non si dimentichi che, diventato maggiorenne, Charles aveva scelto la vita del dandy e quella dei letterati del Club des Hashischins, di cui facevano parte anche Moreau, Gautier, de Nerval, Balzac, Delacroix e Dumas-padre. E, quindi, cercava i cosiddetti paradisi artificiali (hashish, oppio e alcol) che, credeva, fossero in grado di accelerare «il potere dell’immaginazione».