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 2016  dicembre 27 Martedì calendario

In morte di George Michael

Andrea Laffranchi per il Corriere della Sera
George Michael e gli anni Ottanta sono le ultime vittime di questo 2016 terribile per il mondo della musica. Vista l’anagrafe del rock, ci dovremo abituare a playlist listate a lutto, ma George Michael non era nell’elenco di quelli di cui bisognava prepararsi all’addio.
Li aveva vissuti intensamente, forse disordinatamente, ma la popstar inglese aveva solo 53 anni. Se ne è andato proprio a Natale, il giorno che lo aveva reso eterno con quella «Last Christmas» diventata un classico della colonna sonora delle feste a fianco di Sinatra e Bing Crosby. «È con immensa tristezza che confermiamo che il nostro amato figlio, fratello e amico George se ne è andato in pace nella sua casa», è stata la dichiarazione ufficiale della famiglia e dei cari attraverso il portavoce. I soccorsi erano stati chiamati attorno all’ora di pranzo nella casa di Goring-on-Thames, villaggio nella campagna inglese fra Oxford e Londra, ma non c’era più nulla da fare. Anche la polizia, arrivata sul posto, ha dichiarato che «la morte è inspiegata ma non è sospetta». Secondo il manager Michael Lippman la causa sarebbe stata un attacco cardiaco.
George Michael era una penna pop di gran gusto e con un fiuto da classifica dal valore di 100 milioni di dischi venduti nel mondo. Era un’interprete con il dono di una voce elegante posizionata fra la tradizione del soul e quella dei crooner. Era anche un sex symbol. Nell’era Wham! con il look romanticone da teen idol e il capello mechato. Poi con quello macho del video di «Faith», preso dal debutto solista dell’87, barba di due giorni, giubbotto in pelle e lato b fasciato nei jeans. Un gigante degli anni Ottanta e Novanta, ma col nuovo millennio la discografia si era fermata al poco ispirato «Patience» del 2004 e il racconto pubblico del personaggio aveva iniziato a passare sempre di più attraverso gli scandali e sempre meno dalla musica. Era lui stesso a raccontare in interviste che sembravano sedute di psicoanalisi che i suoi comportamenti auto-distruttivi e i demoni che provava a combattere erano conseguenza di una depressione causata dalla perdita della madre, mancata nel 1997. E in questo panorama non potevano mancare le droghe. Nel 2006 era stato trovato addormentato al volante della sua auto e la polizia gli aveva contestato il possesso di stupefacenti. Un paio di anni dopo era finito con l’auto nella vetrina di un negozio causa riflessi rallentati dalla cannabis. Aveva anche ammesso che la sua dipendenza dalla marijuana era arrivata a livelli di guardia con un consumo di 25 canne al giorno. Non solo la carriera, ma anche il fisico di George ne aveva risentito. Nel 2011 aveva cancellato dei concerti per una polmonite che lo aveva messo in pericolo di vita. Le ultime apparizioni pubbliche sono datate ottobre 2012; e l’anno scorso era apparso gonfio e irriconoscibile all’uscita di una clinica dove si era ricoverato per disintossicarsi dalla cannabis.
Georgios Kyriacos Panayiotou – il papà era un immigrato greco-cipriota – era arrivato al successo assieme all’amico Andrew Ridgeley: nell’83-84 con hit come «Club Tropicana» e «Wake Me up Before You Go-Go» gli Wham! avevano portato una ventata di spensieratezza nell’Inghilterra depressa della riconversione industriale. Dopo 25 milioni di dischi venduti Andrew aveva scelto la bella vita e le macchine da corsa e George le luci del pop. Dopo il debutto solista di «Faith» dell’87 – altri 25 milioni di copie nel mondo —, era arrivato «Listen Without Prejudice vol. 1», tentativo di liberarsi dell’etichetta di bel faccino e quindi niente apparizioni nei videoclip o interviste promozionali. L’accoglienza del pubblico americano fu tiepida, seguì causa con la Sony sulle responsabilità del mezzo flop e sei anni di attesa per il nuovo «Older».
George non aveva mai svelato il proprio orientamento sessuale, per paura della reazione della madre, quando nel 1998 venne arrestato in flagrante per aver fatto delle avance sessuali a un poliziotto in un bagno pubblico di Beverly Hills. Lui aveva ironizzato sullo scandalo nel video di «Outside», ma l’America bigotta aveva iniziato ad abbandonarlo. Era stata poi la vita a mettersi di traverso e a offuscare il talento.
I social network (dove sono arrivati anche i messaggi di cordoglio di Paul McCartney, Madonna, Elton John, Adele, Robbie Williams e altri colleghi), la casa di campagna e l’abitazione londinese a Highgate sono i luoghi, virtuali e fisici, dove piange quella generazione che già con Prince, e in parte anche con Bowie, in questi dodici mesi si è vista rubare la gioventù. La notizia che il prossimo anno sarebbe entrato in studio con il produttore Naughty Boy aveva riacceso le speranze dei fan, ma il lato oscuro del 2016 ha cancellato i sogni di una generazione.

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Giuseppe Videtti per la Repubblica
Ai cantanti pop capita questo: di rimanere imprigionati in una due tre canzoni. E di essere costretti a subirle e cantarle fino alla nausea, fino alla fine. Ironicamente George Michael è morto proprio il 25 dicembre, mentre Last Christmas, il soffice tormentone natalizio che aveva inciso quando ancora era con Andrew Ridgeley nel duo Wham!, suonava in radio, tivvù e nei pc, nei supermercati, nelle hall d’albergo e nelle metropolitane. Un modo dolce di andarsene, ma forse non così indolore come lo stringato comunicato del suo management vuol far credere. Non si muore d’infarto a 53 anni senza una fitta dolorosissima che ci strappa dal sonno. Non si muore a quell’età se il cuore è in ordine e il fisico in forma. Le ultime foto paparazzate lo mostrano irriconoscibile, trasandato, ingrassatissimo, lo sguardo confuso — improbabile un ritorno sulle scene in quelle condizioni.
George Michael, una delle voci più belle del pop di fine Novecento, era entrato da molti anni in conflitto con la vita e la celebrità, schiacciato dall’impossibilità di essere normale, dopo i trionfi e 125 milioni di dischi venduti, dopo essersi confrontato con i suoi idoli musicali (da Elton John a Aretha Franklin), dopo essere stato confidente di Lady D e aver affrontato la gogna mediatica per il suo coming out e i comportamenti borderline prontamente ingrassati in copertina dai tabloid. Qualcosa non filava liscio nella sua esistenza, uno sbandamento progressivo che neanche gli affettuosi compagni — prima il collezionista d’arte texano Kenny Goss, poi Fadi Fawaz, il parrucchiere delle star — sono riusciti a bilanciare. Quando era iniziata quella malinconia che gli si era stretta al collo come un cappio? Dopo lo scioglimento degli Wham!, quando tutti giuravano che sarebbe finito in serie B? Dopo la morte del primo compagno, lo stilista brasiliano Anselmo Feleppa, una perdita che lo mise drammaticamente davanti alla brutale realtà dell’Aids e ai misteri insondabili dell’impermanenza? Dopo l’arresto nel ’98 in un bagno pubblico di Beverly Hills, dove aveva cercato di sedurre un ragazzo (che in realtà era un poliziotto, Marcelo Rodriguez, che poi avrebbe sporto denuncia)? Dopo il penoso mea culpa alla Cnn, in cui fu costretto a chieder perdono all’America e al mondo per il peccato che per un anonimo gay sarebbe stato veniale? Ma questo è il punto, l’artista era un “gay tardivo”, aveva scoperto (o almeno accettato) la sua natura a ventisette anni; all’epoca degli Wham! non lo avrebbe mai ammesso, e forse davvero non ne era pienamente consapevole. «Succede a tanti di scoprirsi gay da adulti e non a quindici o a diciassette anni», confessò in un incontro nella sua lussuosa casa di Highgate, a Londra, nel 2007, quando dopo quindici anni di assenza dai palchi si accingeva a riprendere l’attività concertistica.
Ricordo perfettamente la villa di Highgate dove ancora viveva, anche se la morte l’ha sorpreso nella tenuta dell’Oxfordshire. Un cancello, un giardinetto, l’ingresso qualsiasi di una casa in piena metropoli che da ieri è meta di pellegrinaggio. Poi all’interno, sorpresa, una magione: le finestre del retro affacciate su tanto di quel verde che Londra sullo sfondo sembrava lontanissima. Il forzato e drammatico coming out ancora gli bruciava. «Non ho avuto scelta, ho dovuto ammetterlo drammaticamente, perché dopo l’episodio di Beverly Hills mi hanno messo all’angolo. Andai a spiegare tutto alla Cnn, e Dio sa quanto fu penoso, perché tutto quello che girava intorno alla mia omosessualità stava assumendo contorni politici. I gay pensavano che io stessi barando. E questo non mi meraviglia, guardando come sono dipinti gli omosessuali dai produttori dei reality show e dalla televisione in generale: donne prigioniere di corpi maschili ». Gli avevano detto: ormai lo sa tutto il mondo, puoi giocarci come Liberace. A lui l’idea sembrava scellerata e umiliante. Voleva sentirsi gay e voleva sentirsi maschio, una combinazione difficile da manovrare a sterzate di marketing. «Nel mondo dello spettacolo si affermano solo quelli molto effeminati, quelli che fanno ridere, le macchiette», disse con aria smarrita. «Sono un uomo che ama fare l’amore con altri uomini che non hanno nessuna connotazione femminile nel loro comportamento. E, lo dico per esperienza, i gay come me sono considerati pericolosi, perché siamo gli unici ad ammettere che il sesso ci piace parecchio, che non viviamo come eunuchi e non siamo i migliori amici delle vostre mogli, una farsa che oggi ha tanto successo sui social». Aveva la faccia stanca, gli occhi infossati, la barba di due giorni.
Georgios Kyriacos Panayotou (il suo vero nome per via del padre cipriota, quello con cui si presentò) era circondato di bellezza. Allora perché parlava con gli occhi persi nel vuoto, come se tutto quello che diceva non lo riguardasse direttamente? «Questi ultimi quindici anni sono stati un inferno», mormorò. Eppure a leggere le cronache e a scorrere le classifiche, quelli erano stati gli anni d’oro, della riscossa del solista (il dopo Careless whisper
e Do they know it’s Christmas? con Band Aid era stato ancora più luminoso), degli stadi in tripudio, da Wembley a Rio de Janeiro. L’album Faith (1987) surclassò il record di vendite del duo, ma non mise in fuga i fantasmi. Erano tutti dietro le quinte di Older (1996) e di quella struggente Jesus to a child, tenero addio a Feleppa, morto tre anni prima. «Ci vuole tempo per metabolizzare il lutto, quando hai visto il tuo compagno morire senza poter fare nulla e vivi nel terrore che anche tu potresti aver contratto la malattia», ci confidò tra le lacrime. Fece le sue scelte, a costo di sacrificare il successo. L’orgoglio del coming out festeggiato col singolo Outside fu presto soffocato dall’incubo di non poter condurre «una vita da gay normale». Le scappatelle non sono concesse ai divi, tantomeno il sesso occasionale e gli incontri al buio, tantomeno la guida in stato di ubriachezza e l’uso di stupefacenti. Niente più interviste, addio al glamour: a partire dal 1999 George Michael dà sfogo alla sua verve di crooner, si appoggia al grande songbook e riesce a far splendere gioielli ossidati come Brother can you spare a dime, un classico dell’America della Grande depressione, e evergreen come Roxanne dei Police e My baby just cares for me di Nina Simone. Ma neanche la ritrovata sobrietà, che avrebbe coltivato fino al recente
Symphonica (l’album live del 2014) gli avrebbe permesso di regredire in quell’anonimato che era diventato un’ossessione. Difficile combattere con paura e depressione. «Le droghe? Non tutte quelle che mi hanno attribuito. Mi sono aiutato con gli antidepressivi. Dio sa se odio tutte le medicine, eppure i farmaci hanno funzionato. Ho riflettuto sulla storia della mia famiglia, un terribile susseguirsi di depressioni e suicidi. Allora che c’è di male se devo prendere una pillola al giorno per sentirmi normale e affrontare la vita in modo positivo?», furono le sue ultime parole a Repubblica. Di positivo, per chi crede negli incontri dell’aldilà, c’è solo che George è volato via nell’anno in cui la musica ha perso la testa: David Bowie, Prince, Leonard Cohen…

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Marinella Venegoni per La Stampa
Il Natale era nel karma di George Michael. Il titolo di Last Christmas, una delle sue canzoni più famose di sempre, suona ora beffardo. Questo Natale è stato il suo ultimo. O forse no, perché c’è ancora incertezza su ora e data dell’addio al mondo crudele, a soli 53 anni, del grande artista inglese di origini greche: il suo ufficio stampa parla di «una morte in pace, per un arresto cardiaco» (senza però spiegare nel merito cosa gli sia successo) avvenuta nel «periodo natalizio».
Ma le cronache registrano l’arrivo di un’ambulanza proprio il 25 dicembre, intorno alle 13,20, davanti alla sua lussuosa casa di Goring, nell’Oxfordshire. Se ne sarebbe dunque andato nel sonno, George, mentre le case intorno festeggiavano il Natale.
Michael rallegrò come nessuno la gioventù degli Ottanta, nella spettacolare coppia degli Wham! accanto a Andrew Ridgeley. Ma da tempo quell’allegria non era più sua, ultimamente si era come nascosto in un cono d’ombra. Dopo aver reagito con energia e ironia all’arresto del 1998 per condotta immorale a Beverly Hills, per aver adescato un poliziotto in un bagno pubblico, e aver ripercorso le dinamiche del fattaccio nel video Outside, aveva fatto coming out ed era diventato un paladino dei diritti degli omosessuali.
Possono averlo fiaccato, alla lunga, i suoi rapporti con le giustizia e con le droghe: arrestato nel 2006 per possesso di cannabis, e nel 2010 per non aver voluto sottoporsi al test dell’alcol dopo aver sfondato in auto una vetrina («Ero fatto» disse poi). Con il Guardian, si confessò esausto della caccia continua cui era sottoposto dai fans. Forse soprattutto sentiva che la sua arte ai nostri tempi avrebbe richiesto troppo stress per poter restare ai livelli giovanili: proclamò infatti non più tardi di due anni fa che il pop era una faccenda per ragazzi, e che il mantenimento della creatività e dello status di popstar era terribilmente complicato. Poi, c’era la salute: nel 2011, una polmonite se l’era quasi portato via.
Aveva rallentato dunque molto, da tempo. L’ultimo album, Symphonica, una raccolta live di suoi pezzi celebri e di cover tratte dal tour dell’11/12, era del 2014; per il 2017 era annunciata l’uscita di un documentario che lo riguarda, e ora in qualche modo uscirà come memorial.
Vita di gioie e tormenti
Vita ai mille all’ora, piena di gioie e tormenti, quella del figlio di due greco-ciprioti immigrati a vivere sopra una lavanderia in un sobborgo di Londra. A soli 18 anni con il compagno di scuola Andrew Ridgeley riesce a firmare con una piccola etichetta, e nell’82 Club Tropicana degli Wham! diventa una hit per i ragazzi inglesi che vogliono dimenticare ballando le ristrettezze imperanti sotto il governo Thatcher. Nell’84 il successo internazionale arriva con pezzi come Wake me up before You Go Go, Last Christmas o la ballad Careless Whisper: la mente del duo è Michael, con le sue chiome bionde, il sorrisone, il pendente all’orecchio. Irresistibile tamarro.
La coppia è meno prevedibile dei Duran o degli Spandau, con i suoi riferimenti all’èra Motown; è prototipo delle boyband. Si scioglie nel 1986 e George diventa artista in proprio, rivelando tutte le sue potenzialità. Un duetto con Aretha Franklin suona come una consacrazione: Faith dell’87 fu un disco che per musica e vocalità lo piazzava accanto ai grandi nomi che fino ad allora lo avevano guardato con qualche degnazione. Un altro momento indimenticabile, la verve e il trasformismo mostrati nel lunedì di Pasquetta del ‘92 nel concerto-tributo a Freddie Mercury con Somebody to Love, rimasto accanto alla performance di Bowie uno dei momenti più alti della kermesse.
Ma compiuta una svolta d’autore, con Listen Without Prejudice, nella vita di George Michael cominciano a prevalere i tormenti, e disavventure come quella dell’arresto di Beverly Hills che lo segnerà, malgrado la pronta reazione artistica. Nel nuovo millennio è meno presente e più insofferente, dedito alle buone cause, occupato nelle relazioni personali, con legami sempre tumultuosi con i partner. Con l’americano Kenny Gloss furono 15 anni d’amore, finito nel 2011. La sua tenuta psicologica è problematica. Forse depresso, si aiuta con la cannabis. E il cono d’ombra lo risucchia nel silenzio, fino alla scomparsa di Natale.

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Marco Molendini per Il Messaggero
Maledetti anni felici, verniciati di edonismo e spensieratezza, suonati in canzoncine leggere fatte per ballare, popolate da idoli di carta. Popolati da gente fragile, uccisa dalla fama (così ha detto ieri di George Michael un esperto nell’autodistruzione come Keith Richards) o segnata indelebilmente dal successo. Gente come il bel ragazzo di origine greca che se ne è andato sotto l’albero di Natale o come la bellissima Whitney Houston, voce capace di arrivare fino alle stelle, che si è avvolta nei fumi del crack ed è volata in cielo dentro una vasca da bagno a neanche cinquant’anni.
I felici anni 80 del re del pop Michael Jackson, che con il suo Thriller ha travolto l’industria musicale prima di travolgere se stesso in una spirale di follia esistenziale passata dalle accuse di pedofilia al sonno finale con un sonnifero che era un anestetico. Una fine molto simile a quella di un altro re, anzi un principe che ha conquistato il suo trono color porpora in quel decennio, Roger Nelson Prince: nessuno sospettava che la sua vita fosse intrappolata dagli eccessi dei farmaci fino a quel punto, anche se (a cominciare da quella casa fortezza di Paisley Park) erano componente nota della sua vita. Ma, in fondo, anche il successo è un eccesso. Facile allora, una volta che si è entrati in quel gorgo, finirne risucchiati e non riuscire a risalirne più. Ha ragione quel vecchiaccio di Keith Richards che, nonostante tutto, è arrivato a 73 anni (li ha fatti dieci giorni fa) driblando i rischi mortali della dipendenza (e quel suo epitaffio su George Michael, definito morto di fama, è una paradossale rivendicazione che sembra voler dire che la celebrità è peggio della droga. Opinioni).
Ma la via del successo ai tempi dell’edonismo è lastricata anche di sopravvissuti: cosa altro è Boy George, breve eroe degli anni 80 con i suoi Culture club e la sua Do you want to really hurt me? con il suo look strabiliante, vittima anche lui della depressione da fama evaporata e della consolazione fatta di eroina e cocaina e, poi, anche di carcere. Pure Robbie Williams frontman dei Take That, altri pop idol trionfatori nel decennio 80, è passato attraverso una strada spalmata di eroina, acido, cocaina, alcol, eccitanti, calmanti, depressione. Williams è riuscito a salvare alla grande la sua carriera che continua ad andare a gonfie vele: qualche tempo fa, in un’intervista a un giornale britannico, ha raccontato di non voler più sentire parlare di cocaina e alcol.
SALUTISTA
E’ rinsavito, più o meno, visto che ha aggiunto di essere sempre tentato dall’ecstasy. Insomma, non si può dire che sia diventato un perfetto salutista. Più in linea con la tradizione del rock maledetto è la storia di Kurt Cobain, vittima dell’eroina e di una pressione mediatica extralarge, ma che con la lacerante cupezza dei suoi Nirvana non apparteneva in alcun modo a quella dote di spensieratezza che ha caratterizzato gli anni 80, soprattutto la prima metà, ma annunciava il ritorno di un malessere esistenziale antico che ha le sue radici nella cultura del rock e che è segnata da un calvario di vite spezzate: partendo da Elvis e passando per la lunga lista di star logorate da un sistema autolesionista che ha continuato a replicarsi fino alla povera Amy Winehouse, star per una sola stagione che fece solo in tempo a toccare il successo prima di finire inghiottita nell’euforia della sua vita di ragazza di talento incapace di gestire lo tsunami della pubblica notorietà.

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Francesco Prisco per Il Sole 24 Ore
Cento milioni di copie vendute, sette singoli al primo posto nelle charts inglesi e otto in quelle americane, due Grammy, tre American Music Awards, tre Brit Awards e un patrimonio personale stimato in 200 milioni di dollari, accumulato in 35 anni di carriera. Se gli anni Ottanta furono l’âge d’or della musica pop, George Michael ne è stato uno dei prìncipi.
Cantante, autore, produttore e icona gay, non ha pubblicato molto, ma ha venduto moltissimo nell’epoca in cui, per chi faceva musica, vendere era tutto. Ironia della sorte, se n’è andato per scompenso cardiaco nella sua casa di Goring nell’Oxfordshire, il giorno di Natale (all’età di 53 anni), proprio lui che alla ricorrenza aveva legato indissolubilmente il suo nome, grazie a Last Christmas, probabilmente l’ultimo tormentone natalizio di dimensioni planetarie, datato 1984. Ultima dipartita – almeno si spera – di un 2016 che ha visto eclissarsi numerose stelle del firmamento pop.
Nato a East London da padre greco cipriota (il suo vero nome era Georgios Kyriacos Panayotou), alla fine degli anni Settanta era arrivato alla musica formando con gli amici di scuola una band ska, The Executive, senza grossi riscontri. Resta il legame con il chitarrista Andrew Ridgeley, tanto che i due, conclusasi quell’esperienza, metteranno su un duo, i Wham!, e riusciranno a strappare un contratto discografico con la Inner Vision, indie label distribuita dalla Columbia Records. Il debutto è del 1982 con Wham Rap! (Enjoy what you do?), singolo che raggiunge il terzo posto della classifica britannica. Un anno più tardi esce l’album Fantastic, quello della maliziosa Young Guns (Go for it!), Bad Boys e soprattutto Club Tropicana, loro primo superclassico. Fanno un synth pop danzereccio, mescolandolo con suggestioni soul e divertimenti rock and roll. Una miscela che si rivela vincente nel successivo Make it big (1984), il loro primo numero uno in Usa e Regno Unito, dove ci si dimena parecchio su Wake me up before you go-go per chiudere il discorso sulla malinconica ballad sassofonistica Careless Whisper, l’entry level di ogni piano-barista che si rispetti. Ci sarà tempo per altri due album (Music from the Edge of Heaven e The Final, entrambi del 1986) poi l’asse si incrinerà per sempre dalla parte di George, senza dubbio il membro più talentuoso del duo per il quale si schiuderanno le porte di una ricchissima carriera solista. Il big bang si chiama Faith (1987), vende 20 milioni di copie, vale due Grammy e crea la leggenda del cantante white soul che vestito di pelle nera, dietro i Ray Ban a goccia, sospira I want your sex o si abbandona all’ottimismo con la schitarrata acustica della title track. Ci sarà spazio per altri quattro album in studio, con il suo nome che gradualmente si sposterà dalle pagine di cultura a quelle di cronaca, come quando nel 1998 fu arrestato a Beverly Hills per atti osceni nel bagno di un locale, circostanza a seguito della quale farà coming out. Le droghe gli creano problemi di legge e di salute, tanto che nel 2011 rischia di rimanerci una prima volta per complicanze di una polmonite. Adesso lo piangono molti illustri colleghi – da Madonna a Elton John – protagonisti come lui della stagione del plastic pop. Quasi a sottolineare che, se mai quella musica di plastica ebbe un’anima, quell’anima fu George Michael. Anima nel senso di soul.
.Money, it’s a gas!