La Gazzetta dello Sport, 27 dicembre 2016
Il procuratore Branchini: «È una giungla senza regole»
Chiamiamola pure la Guerra dei Trent’anni. Lui l’ha vissuta in prima linea e spera ancora nel lieto fine. È tra i pionieri dei procuratori nel calcio, figlio d’arte con la grande boxe nel Dna. Con il primo tesserino per il bordo ring ad appena 18 anni. Giovanni Branchini, ora sessantenne, ricorda ancora quel luglio ‘86, il blitz riuscito per Matthäus e il ripensamento di Berlusconi («Al Gamper s’innamorò di Gullit»), ma anche gli albori di una professione ormai senza più regole. «Partimmo in pochi e con requisiti chiari, sulla spinta della legge 91 del 1981. C’erano, tra gli altri, gli ex calciatori Damiani, Roggi e Marangon o gli ex dirigenti Bonetto, Fedele, Govoni e Rizzato. Oppure Canovi e Pasqualin. Senza scordarci il self-made man Caliendo».
C’era spazio per tutti.
«Soprattutto c’era più umanità e rispetto. Anche da parte delle istituzioni. Nel ‘90, poi, il regolamento italiano, in sintonia con i vertici Figc, fece scuola in Europa».
Poi?
«Il boom dei diritti tv e la Bosman nel ‘95 cambiarono lo scenario: tutto divenne un gioco politico e finanziario».
Quando?
«Già col regolamento del 2001 la Fifa ha scaricato tutto alle federazioni, senza intervenire sulle disfunzioni del sistema».
La prova?
«Nel 2015 ha decretato la deregulation, sostenendo che la maggioranza dei trasferimenti era già stata firmata da operatori non qualificati. Allora perché la Fifa non era mai intervenuta? E perché non ha mai punito nessuno? Tutto molto strano... Anche il voto favorevole del sindacato dei calciatori».
Football Leaks ha alzato un bel polverone.
«Ora in Spagna si scandalizzano per i contratti occulti di Neymar e quelli pubblicitari di CR7. A parte il fatto che quando scendono in campo i papà o i fratelli (Messi e Neymar n.d.r.) accadono solo disastri, vorrei ricordare che Ronaldo (il Fenomeno) scappò da Barcellona per un tema fiscale».
Cioè?
«Il club voleva che una quota rilevante dello stipendio fosse pagata da terzi con contratti pubblicitari paralleli. E noi scegliemmo l’Inter che, invece, non propose scorciatoie. Purtroppo in Spagna certe abitudini non si sono mai perse».
Che rapporto ha con le Tpo?
«Frequento da sempre Argentina e Brasile. Lì, spesso, mi hanno offerto percentuali dei cartellini: ho sempre detto no per non mischiare gli interessi e non mi sono mai pentito».
Come giudica questo sistema?
«Spesso in Sud America le società perdevano i giocatori su disposizione dei tribunali del lavoro perché non in regola con gli stipendi. Così chiedevano aiuto a finanziatori esterni, cedendo in cambio quote dei cartellini dei loro talenti».
E in tanti sbarcavano in Europa...
«Negli anni d’oro, comunque, la questione dei fondi non ci ha mai toccato perché i club europei acquistavano sempre il 100% dei diritti».
Poi in Premier arrivarono Tevez e Mascherano.
«Gli inglesi intervennero subito, arginando il fenomeno. Altri sono rimasti a guardare».
Ma nel 2014 il blocco è arrivato.
«Diciamo che la storia delle Tpo è servita per distogliere l’attenzione dalle pesanti tematiche sulla corruzione che hanno portato al ricambio dei vertici di Fifa e Uefa».
Troppi investitori nei fondi, però, drogano il mercato.
«Esatto. Non bisogna esagerare, ma neanche demonizzare. Le Tpo sono come le medicine, vanno prese nelle giuste dosi. È un fenomeno che, se ben regolamentato, può non avere solo controindicazioni».
Si spieghi meglio.
«Se un club medio individua un finanziatore esterno per un piano di crescita, può solo avere ricadute positive da determinati apporti. Ben diverso è se si concede eccessivo spazio a figure ingombranti».
Tanti calciatori (e i loro agenti) vantano percentuali sulla rivendita che condizionano i loro club.
«Non è una pratica consentita e anche su questo aspetto si dovrebbe riflettere con più freddezza. Un club può anche prevedere dei bonus per un agente ma sono inopportune percentuali sul trasferimento. Invece trovo molto diversa la posizione dell’atleta. Perché non può essere premiato anche da una percentuale sulla plusvalenza del suo trasferimento?».
Che pensa del caso Gabigol?
«È un ottimo giocatore ma all’Inter è difficile togliere il posto a un campione come Icardi. Ad esempio al Sassuolo avrebbe trovato più spazio e poteva spuntare un riconoscimento per la propria valorizzazione».
Intanto le nuove proprietà si affidano a consiglieri sempre più invadenti.
«Negli ultimi anni è cambiato anche il volto degli agenti. Aumentati i soldi sul banco, sono entrati in scena molti cacciatori d’affari. E purtroppo, quando arriva un nuovo imprenditore nel calcio, non riesce ad avere pazienza. E per arrivare subito al successo spende spesso a casaccio i propri denari».
Come frenare questo fenomeno?
«Gli interessi sono esorbitanti e la concorrenza va di pari passo con la popolarità di questo sport. I rischi sono sempre maggiori. Non fai in tempo ad individuare una problematica, che ne spunta un’altra».
E la corsa al denaro non finirà mai.
«Questa prospettiva non mi spaventa molto: più aumenta la concorrenza, più risorse ci sono per la crescita del calcio ad ogni latitudine. La mia paura è per i giovani calciatori».
Perché?
«Questa pioggia di soldi dà alla testa soprattutto dei genitori degli adolescenti che promettono bene. Ed è in questa fase che i ragazzi avrebbero bisogno della guida di un professionista che, con umanità, li aiuti ad anteporre la carriera sportiva ai guadagni facili».
Quindi il problema sono i genitori?
«Spesso. Ora la caccia all’agente e la caccia degli agenti inizia quando sono ancora alle medie. E purtroppo molti genitori fanno il lavaggio del cervello ai loro figli, dimenticando che giocare al calcio deve essere soprattutto un piacere».
Come si inverte questa tendenza?
«Servono regole implacabili per chi sbaglia: diciamo 10 punti su cui non transigere. Ma se poi nell’arco di due anni spuntano nuove tendenze pericolose, allora i divieti possono diventare 12. È indispensabile un confronto continuo».
Il presidente Infantino conosce queste sue idee?
«Sì, da tempo».