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 2016  dicembre 24 Sabato calendario

Anis Amri, il responsabile della strage di Berlino, è stato ucciso da due poliziotti ieri alle tre di notte in piazza I maggio a Sesto San Giovanni, di fronte alla stazione ferroviaria

Anis Amri, il responsabile della strage di Berlino, è stato ucciso da due poliziotti ieri alle tre di notte in piazza I maggio a Sesto San Giovanni, di fronte alla stazione ferroviaria.

Per tutta la giornata di ieri le televisioni non hanno fatto che raccontare la storia. Forse però vale pena di metterla per iscritto.
Alle 3.08 di ieri una pattuglia di agenti della polizia ferma un presunto maghrebino che s’aggirava in piazza I maggio, davanti alla stazione di Sesto San Giovanni, «con fare sospetto» (così il ministro dell’Interno, Marco Minniti). Scendono, bloccano il presunto maghrebino. Quello dice: «Sono calabrese». Uno dei due agenti è siciliano, l’accento non gli pare troppo calabrese. Gli chiedono i documenti. Il presunto maghrebino ha con sé uno zainetto, lo apre, fruga dentro una sacca,  si crede alla ricerca del documento, invece tira fuori una calibro 22 e spara contro uno dei due poliziotti, Christian Movio, 36 anni, agente scelto, originario della provincia di Udine. Movio è ferito a una spalla, mentre si regge il braccio il presunto maghrebino va a nascondersi dietro la stessa volante della polizia. L’altro agente, allora, gira intorno all’automobile e quando ha completato il giro e lo vede lì accovacciato gli spara due colpi di rivoltella. Il presunto maghrebino s’accascia e prima di morire grida ai due agenti: «Poliziotti bastardi». Quello che ha sparato si chiama Luca Scatà, ha 29 anni, viene da Canicattì Bagni (Siracusa), è appena arrivato al commissariato di Sesto, in prova. Quasi quasi si direbbe un novellino, ma troppo novellino non deve essere. Ha avuto freddezza e buona mira. Ci vorranno cinque o sei ore per esser certi che l’uomo ucciso è Amri: lo confermano le impronte digitali e le analisi del dna, fatte a tempo di record.  

La pattuglia di Sesto San Giovanni va normalmente di ronda alle tre di notte intorno alla stazione di Sesto San Giovanni?
Le diranno tutti di sì. Poi siamo liberi di credere o non credere. I nostri servizi hanno bravi infiltrati in mezzo agli islamisti radicalizzati? Qualcuno ha avvertito i nostri del personaggio in arrivo? Io penso di sì. Il nostro paese è indenne da attentati (facciamo gli scongiuri) anche per un sistema di sorveglianza, basato su una rete di informazioni, assai efficiente. Senza sbottonarsi troppo, ci viene raccontato che il nostro primato in questo campo è l’esito del lungo esercizio fatto durante l’epoca brigatista. Ma forse anche l’effetto dell’antica politica filo-araba dei nostri governi, fin dal tempo di Andreotti. Certo è che con gli islamisti hanno collezionato una serie di figure barbine un po’ tutti. Francesi, belgi, tedeschi.  

Quella più sorprendere è l’inefficienza tedesca.
Hitler prese il potere attraverso i servizi. Dopo la guerra, dovendo necessariamente ricostituire una rete informativa, i governanti tedeschi ebbero paura di farla troppo forte. I loro agenti sanno un mucchio di cose, ma possono agire molto poco. A questo si aggiunga il fatto che ogni Land (Regione) ha un suo servizio di sicurezza, il che fa un totale di quaranta diversi organi di sorveglianza, che si scambiano informazioni molto malvolentieri (così come accade tra i servizi europei, ognuno molto geloso delle cose sue). Il nostro collega Marco Imarisio fa l’esempio del ponte di Glienicke, detto anche Ponte delle Spie, reso celebre dal film con Tom Hanks. «Chi lo attraversa, cammina per la metà berlinese sotto la giurisdizione di un ministro dell’Interno della Cdu, e per l’altra dipende dal suo collega del Brandeburgo, nominato dai socialisti della Spd».  

Come ha fatto Amri a finire a Sesto da Berlino?
Ha attraversato la Francia, è sceso a Chambéry in Savoia, da qui è partito per Torino dove è rimasto un tre ore. Da Torino, intorno all’una di notte, s’è trasferito a Milano. A Milano ha finalmente preso l’ultimo treno e raggiunto Sesto, dove lo aspettava il suo destino. Gli hanno trovato addosso un centinaio di euro, e nello zaino spazzolino, dentifricio e schiuma da barba. Niente cellulare, che aveva buttato per non lasciare traccia. Non è folle pensare che qualcuno lo abbia guidato fino a piazza I maggio. Il documento lasciato sul sedile del tir (un’abitudine) è una firma per far capire ai suoi capi che l’impresa l’aveva compiuta lui. L’Isis, è ovvio, preferisce che questi cosiddetti martitri di Allah finiscano all’altro mondo il prima possibile. Non si sa mai che, catturati, gli torni la voglia di vivere, cedano e si mettano a parlare. Salah, unico sopravvissuto della strage di Parigi del 13/11, tiene la bocca serratissima ed è ancora vivo.  

Una volta tanto gli italiani sono lodati in tutto il mondo.
Sì, è un coro di elogi. Il ministro dell’Interno tedesco e la Merkel si sono congratulati con noi, la Merkel ha annunciato provvedimenti perché buchi nel sistema tedesco come quelli messi in evidenza dalla strage di Breitscheidplatz vengano riparati. I poliziotti tedeschi hanno spedito un messaggio bilingue: «Grazie e pronta guarigione ai colleghi feriti. #Danke für die Unterstützung & gute Besserung dem verletzten Kollegen. #Breitscheidplatz».